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MusicaProgetto
Adriana Benignetti
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Ludwig van Beethoven(Bonn, 17 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827)
1770 II 17 dicembre Ludwig van Beethoven viene battezzato a Bonn. Suo padre Johann (1740 ca.-1792) è tenore della Cappella di corte; il nonno Ludwig (1712-1773) è, dal 1761, maestro della stessa Cappella.

1778 Concerti pubblici a Bonn, a Colonia e in Olanda con limitato successo.
1782 Pubblica le Variazioni su una marcia di Dressler per pianoforte. Christian Gottlob Neefe (1748-1798), stabilitosi a Bonn nel 1779 come direttore di una compagnia teatrale diventa organista di corte e dà lezioni a Beethoven.
1784 Compone il Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra. Entra in contatto con la famiglia Brüning. È nominato organista di corte.
1787 In primavera-estate breve viaggio a Vienna, dove forse incontra Mozart. In luglio è nuovamente a Bonn.
1788 È nominato violinista nell’orchestra del Teatro di corte.
1789 Si iscrive all’Università di Bonn, facoltà di filosofia.
1790 Compone la Cantata per la morte di Giuseppe II.
1792 Franz Joseph Haydn, di ritorno dall’Inghilterra, si ferma a Bonn e incontra Beethoven, il quale, il 2 o 3 novembre, parte per Vienna, dove si stabilisce.
1793 Corso di studi con Haydn. Prende lezioni anche da Johann Schenk (1753-1836).
1794 Studia con Johann Georg Albrechtsberger (1736-1809) e Antonio Salieri (1750-1825).
1795 In marzo primi concerti pubblici a Vienna al Burgtheater, durante i quali esegue, fra l’altro, i Concerti per pianoforte e orchestraop. 15 e op. 19. Pubblica Tre Trii per pianoforte, violino, violoncello op. 1.
1796 Giro concertistico a Praga, Bratislava, Dresda, Lipsia, Berlino, su cui si hanno poche notizie. Pubblica le Tre Sonate per pianoforte op. 2.
1798 Pubblica le Tre Sonate per pianoforte op 10. Primi sintomi della sordità.
1799 Pubblica la Sonata “Patetica” per pianoforte op. 13; Tre Sonate per pianoforte op 10. Entra in contatto con le sorelle von Brunsvik e con Giulietta Guicciardi.
1800 Il 2 aprile prima esecuzione della Prima Sinfonia e del Settimino (Holburgtheater, Vienna). 1801 Compone la Sonata “Al chiaro di luna” per pianoforte op.27 n. 2. Pubblica i Sei Quartetti per archi op. 18. II 28 marzo prima rappresentazione del balletto Le Creature di Prometeo (Hofburgtheater, Vienna).
1803 Il 5 aprile prima esecuzione della Seconda Sinfonia, del Terzo Concerto per pianoforte e orchestrae dell’Oratorio Cristo sul monte degli olivi (Theater an der Wien, Vienna). Fra maggio e ottobre risiede nel sobborgo viennese di Heiligenstadt, dove, il 6 e il 10 ottobre, scrive il Testamento.
1805 Pubblica la Sonata a Kreutzer per pianoforte e violino op. 47 e la Sonata “Aurora” per pianoforte op. 53. Il 7 aprile prima esecuzione pubblica della Sinfonia “Eroica” (Theater an der Wien, Vienna). Il 20 novembre prima rappresentazione dell’opera Fidelio, prima redazione (Theater an der Wien, Vienna).
1806 Compone le Trentadue Variazioni in do minore per pianoforte. Il 29 marzo prima rappresentazione dell’opera Fidelio, seconda redazione (Theater an der Wien, Vienna). Il 23 dicembre prima esecuzione del Concerto per violino e orchestra(Theater an der Wien, Vienna).
1807 Pubblica la Sonata in fa minore “Appassionata” per pianoforte op. 57. In marzo prima esecuzione del Quarto Concerto per pianoforte e orchestra, della Quarta Sinfoniae dell’Ouverture Coriolano (Palazzo principe Lobkowitz, Vienna).
1808 Pubblica i Tre Quartetti per archi op. 59. Il 22 dicembre prima esecuzione della Quinta Sinfonia, della Sesta Sinfonia “Pastorale”, di alcune parti della Messa in do maggiore op. 86 e della Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op. 80 (Theater an der Wien, Vienna).
1809 Con un documento datato 1° marzo l’arciduca Rodolfo e i principi Kinsky e Lobkowitz si impegnano a versare annualmente a Beethoven una somma a titolo di pensione, a condizione che egli rimanga a Vienna. II 12 maggio, dopo l’assedio e il bombardamento, Vienna si arrende alle truppe napoleoniche.
1810 Il 15 giugno prima esecuzione delle musiche di scena per l’Egmontdi Goethe (Hofburgtheater, Vienna).
1811 Pubblica la Sonata degli addii per pianoforte op. 81a. II 28 novembre probabile prima esecuzione del Quinto Concerto per pianoforte e orchestra (Gewandhaus, Lipsia).
1812 Il 9 e l’11 febbraio, per l’inaugurazione del Teatro Tedesco di Pest, rappresentazione di II Re Stefano e Le Rovine d’Atene di Kotzebue, con musiche di scena di Beethoven, rispettivamente op. 117 e op. 113. Fra il 6 e il 7 luglio scrive a Teplitz la lettera «all’immortale amata»: pochi giorni dopo incontra Goethe.
1813 L’8 e il 12 dicembre importanti concerti beethoveniani: vennero eseguite per la prima volta La vittoria di Wellington e la Settima Sinfonia.
1814 II 27 febbraio prima esecuzione dell’Ottava Sinfonia (Redoutensaale, Vienna). L’11 aprile prima esecuzione del Trio Arciduca per pianoforte, violino e violoncello op. 97 (Hotel zum Rdmischen Kaiser, Vienna). II 23 maggio prima rappresentazione dell’opera Fidelio, terza e ultima redazione (Teatro di Porta Carinzia, Vienna). II 29 novembre concerto in onore dei monarchi e statisti partecipanti al Congresso di Vienna (iniziato il 4 ottobre), durante il quale viene ripetuta La vittoria di Wellington e la Settima Sinfonia, ed eseguita, per la prima volta, la cantata Il glorioso momento op. 136(Redoutensaale, Vienna).
1815 In novembre muore il fratello Caspar Carl, e il nipote Karl passa sotto la tutela di Beethoven. Sorge una complessa controversia con la madre Johanna Reiss che ha termine nel 1820 con la sentenza del tribunale in favore di Beethoven. Il 25 dicembre prima esecuzione della cantata Meeresstille und Gluckliche Fahrt per coro e orchestra op. 112 e della Ouverture op. 115 per l’onomastico dell’Imperatore (Redoutensaale, Vienna).
1816 Pubblica Lieder An die ferne Geliebte per canto e pianoforte op. 98.
1817 Pubblica la Sonata per pianoforte op. 101.
1819 Pubblica la Sonata per pianoforte op. 106. È ormai quasi completamente sordo.
1821 Pubblica la Sonata per pianoforte op. 109.
1822 Pubblica la Sonata per pianoforte op. 110 e la Sonata per pianoforte op. 111. II 3 ottobre, per l’inaugurazione del rinnovato Teatro della Josephstadt di Vienna, rappresentazione di La consacrazione della casa, spettacolo celebrativo con musiche di Beethoven, in parte nuove, come l’Ouverture op. 124, in parte adattate da Le rovine d’Atene.
1823 Pubblica le 33 Variazioni su un valzer di Diabelli op. 120.
1824 Il 18 aprile prima esecuzione della Missa Solemnis op. 123(San Pietroburgo). Il 17 maggio prima esecuzione della Nona Sinfonia (Teatro di Porta Carinzia, Vienna).
1825 Il 15 ottobre si stabilisce nella Schwarzspanierhaus, ultima delle circa 30 residenze viennesi.
1826 Pubblica il Quartetto per archi op. 127.
1827  II 26 marzo muore a Vienna. Vengono pubblicati postumi i Quartetti per archi op. 130(maggio), op. 131 (giugno), op. 132 (settembre), op. 135 (settembre).

(Testo per gentile concessione ©Teatro Lirico di Cagliari)
1 day ago |
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L’Orchestra I Pomeriggi Musicali ospite delle “DIECI NOTTI” di Ludovico Einaudi, sabato 16 dicembre alle ore 20.00
(Foto di Lorenza Daverio)

All’interno delle DIECI NOTTI che Ludovico Einaudi sta tenendo al Teatro Dal Verme come una sorta di “piccolo festival da regalare alla città che mi ha dato tanto”, sabato 16 dicembre l’onore di dividere il palco con lui sarà dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali.

Nella propria sede storica, I Pomeriggi Musicali saranno chiamati come special guest a interpretare alcuni brani che il compositore torinese ha arrangiato per l’occasione, "quasi come in una jam session nata da un naturale scambio di idee, da una breve prova e dalle affinità musicali condivise. Conosco molto bene I Pomeriggi Musicali, la loro preparazione e il loro valore. Mi è venuto quindi naturale pensare a loro”; per questo Einaudi ha deciso di invitare I Pomeriggi per dividere con lui il palco di una sera di questo affascinante progetto. 
Inseriti nel parterre de roi che elenca fra gli ospiti: Robert e Ronald Lippok, Ballaké Sissoko, Kazu Makino e Amedeo Pace – cantante e chitarrista dei Blonde Redhead – Josef Van Wissen, Jean Rondeau, Tomoko Sauvage e l’attore shakespeariano e regista Jonathan Moore,I Pomeriggi sono onorati di aver ricevuto e accettato questo invito, nello spirito eclettico e caratterizzato dalla costante ricerca di collaborazioni nuove e stimolanti che da sempre anima la ricerca artistica e culturale dell’Orchestra.
Biglietti da 40,00 € a 75,00 € (+ prevendita)

(comunicato stampa)
4 days ago |
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da Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento di Vincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)

A Napoli il salotto, nella seconda metà dell’ottocento, offriva all’osservatore di costume un campionario ricco degli esemplari più estrosi e inconsueti, non che d’Italia, d’Europa. La gamma coloristica e ambientale andava dal ‘basso (il pianterreno dei vicoli senza luce), abbondantemente fornito di cianfrusaglie, bambole di pezza e fiori finti, dove la chitarra e il mandolino erano di casa, fino al palazzo gentilizio, più o meno fatiscente, dove il pianoforte era despota.

Fu la borghesia a coltivare il prototipo del salotto napoletano. Vi troneggiava la dormeuse di velluto, contornata da poltrone, poltroncine e tabourets. Alle finestre tendoni e mantovane damascate proteggevano bianche e leggere cortine trapuntate di filets e di ‘orli a giorno’. Nella penombra il lampadario ‘a gocce’ faceva spiccare in qualche angolo una mensola su cui falsi o veri ‘Capodimonte’, inchinevoli e leziosi, simboleggiavano quelle danze che avrebbero chiuso la ‘periodica’ con la tradizionale ‘quadriglia’.

Regina di questi convegni era spesso l’accollatissima e domestica pianista, che eseguiva sul Boisselet verticale la Prière d’un vierge o la Rêverie di Rosellen. Perché sempre il pianoforte era il sostegno di queste riunioni mondane, sia che dovesse offrire ai convenuti delle chioccolanti esecuzioni della Bellissima di Coop, sia che servisse d’aiuto alla cantante «che aveva una notevole voce di soprano sfogato» e che si cimentava con celebri pezzi d’opera, giustificando le frequenti ‘stecche’ col raffreddore contratto il giorno precedente al bagno ‘Ma Santé’ di San Giovanni a Teduccio.

Il pianoforte a coda era tollerato nel salotto napoletano come un vecchio arnese pittoresco. E forse non a torto, trattandosi in generale di decrepiti Erard o fatiscenti Kaps, che un giorno costituirono l’emblema del progresso di quel meccanismo che, escogitato dall’italiano Bartolomeo Cristofori, fu captato da più tenaci ed attrezzati fabbricanti nordici.
Il pianoforte chic fu il verticale. Da quello a corde diritte e telaio di legno con meccanica ‘a baionetta’ all’altro a corde incrociate e telaio in ferro solennemente definito ‘gran formato’.
Su quelle tastiere d’avorio (anche le marche più rozze sdegnavano l’uso della cosiddetta ‘pastiglia’) scorsero fiumi di note: arpeggi, scale, trilli, ‘volatine’. Prima le candele di cera, poi quelle elettriche, simulanti anche lo sgocciolare del moccolo, illuminarono il leggio su cui troneggiava lo spartito della Parafrasi sul Mosè di De Meglio o le reminiscenze della ‘Sonnambula’ di Cerimele.


Il Rampserger di zia Annina era ‘gran formato’ ed aveva un pedigree di alta nobiltà: era tedesco. Tanto bastava per far zittire chiunque osasse accennare a qualche riserva sulla sua efficienza. Era fabbricato a Stuttgart, nome inciso in oro sul legno nero del coperchio e che zia Annina traduceva bonariamente in ‘Studiacarte’, supponendo che fosse la dizione germanica di leggio. 

Il pianoforte verticale era l’ornamento base del salotto, dunque. La nostra ingratitudine lo considera quasi grottesco. Ingiustizia somma. Il pianoforte del salotto dorato, dell’anticamera falso Impero o del boudoir liberty sovraccarico di bibelots e di portafiori, fu il polo d’attrazione di quanti vollero accostarsi alla musica. Abituati come siamo ad essere perseguitati dalla radio, a subire la suggestione, la violenza inarrestabile del televisore, schiavi inconsapevoli del condizionamento sadico ed irreversibile di questi mezzi di imposizione tecnologica, non possiamo ormai più immaginare la curiosità e l’interesse che destava l’esecuzione pianistica, fosse pure di Prima carezza di Costantino De Crescenzo, o quale potesse essere la rapinosa, accattivante esecuzione provocata dall’ascolto, quasi furtivamente, un pianoforte, sotto le finestre di un vico Stretto ai Miracoli al chiarore d’un lampione a gas, in una sera estiva: anche se la vittima dell’esecutore dovesse identificarsi nella Patetica di Beethoven. Oppure quanto sia stato sano incitamento al nostro senso critico indugiarci a seguire, in ore più meridiane, dal balcone che dava sul piccolo, moribondo giardino, le evoluzioni compiute dalla figlia del barone dirimpettaio, sul verticale Fratelli Federico a danno del Gazouillement de printemps di Sinding. E seguirne con ansia i tentativi insani di puntellare un’esecuzione che sarebbe dovuta essere pronta per la sera dell’onomastico paterno nella cornice d’un salotto già da alcuni giorni riassettato ed agghindato.
Negli anni fra i due secoli, i maestri del salotto napoletano furono Salvatore Coppola prima, e Gennaro De Sena, dopo. Del primo sentivo parlare in famiglia come d’un mito. Il suo valore d’insegnante era indiscusso e si concretava in fatto tangibile quando zia Annina sua discepola, magra, zitella, vestita di seta scura, con gonne a volants e colletto di tulle sostenuto da bacchettine di celluloide, si produceva in privatissime esecuzioni pianistiche serali alla quali furtivamente assistevo seduto su d’una poltroncina damascata. Zia Annina, trascurando ogni preliminare allenamento tecnico, attaccava di colpo la trascrizione per la sola mano sinistra di Casta Diva operata da Ernesto Becucci sull’immortale melodia belliniana.
Questa della mano sinistra fu una vera fissazione dell’ottocento. Grandi e piccoli estensori di pezzi fantastici furono suggestionati da questo espediente strumentale. Altrove, in queste pagine, è descritta la sorpresa che suscitava Teodoro Döhler quando faceva zittire l’orchestra per esibirsi in queste acrobatiche performances. E si è detto pure come Ferdinando Bonamici elaborasse molti e davvero difficili studi pianistici per la sola mano sinistra (non gli bastavano i grattacapi che, sempre più assillanti, il Circolo Musicale da lui fondato gli procurava!).
Gennaro De Sena è vivo nel ricordo di quanti lo conobbero e sono, come me, sopravvissuti. Era un pulitissimo e distinto signore, magro, ben vestito, di modi amabili e corretti. Lo guardavo con ammirazione e rispetto quando entrava in casa nostra per impartire lezioni a mia sorella Maria: la sola che fosse autorizzata ad intrattenere rapporti con Euterpe. Certe volte ‘sentivo’ la sua venuta. Lo immaginavo mentre saliva le scale e si accostava alla porta di mogano, orgogliosa di due pomi di ottone, e riconoscevo subito il suo modo particolare di premere il pulsante del campanello. Gli correvo incontro, chiedendogli di farmi assistere alla lezione: cosa che egli mi concedeva volentieri. Coltivava la speranza che i miei si decidessero, commossi da tanta infantile passione per il pianoforte, ad affidarmi a lui perché mi guidasse attraverso la selva insidiosa della tecnica. Ma né lui né io riuscimmo a convincere la mia famiglia circa l’importanza socio-culturale della musica. Ed io non potetti far altro che seguire le vicende didattiche di mia sorella, ostinatamente decisa a non portare a compimento lo studio del Départ des hirondelles del suo maestro, di Gennaro De Sena. Un pezzo che, a seguirne con gli occhi le avventure grafiche, pareva che si fossero riversate sul foglio tutte le necrologie listate a doppio lutto per la scomparsa del Commendator Cacace, tante erano le righe nere che correvano sorreggendo miriadi di note, da sinistra verso destra o dall’altro al basso del pentagramma. Mia sorella ci s’arrabattava su in maniera alquanto maldestra. E Gennaro De Sena, non potendo resistere a tanto strazio, si sedeva al pianoforte facendo cinguettare, tra passaggetti e scalettine, le sue hirondelles sul Ramsperger mezzo scordato e col mi bemolle sopracuto privo ormai di tutt’e tre i ‘cantini’ fatti saltare con un colpo più violento inferto al tasto da mia sorella in un momenti di stizza antipianistica.
Chiedo scusa ai miei lettori! Un insopprimibile bisogno di comunicazione mi ha preso la mano e mi ha condotto a vergare questo bozzetto démodé, ammuffito, ma pur sempre testimonianza d’un costume che ci teneva lontani da certe angosce esistenziali, da tante bramosie inappagabili, limitando i nostri desideri a cose semplici e pulite.


Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983
Adriana Benignetti
4 days ago |
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(Foto: teatroregio.torino.it)
Shéhérazade
Balletto in un atto e quattro quadri da Le mille e una notte
Scenografia e costumiLéon Bakst, pseudonimo di Lev Schmule Rozenberg (Grodno, 10 maggio 1866 – Parigi, 28 dicembre 1924)
LibrettoAleksandr Nikolaevic Benois (San Pietroburgo, 4 maggio 1870 – Parigi, 9 febbraio 1960)
MusicaNikolaj Rimkij-Korsakov (Tichvin, 18 marzo 1844 – San Pietroburgo, 21 giugno 1908)
CoreografiaMichail Fokine, nato Michail Michajlovic Fokin (San Pietroburgo, 23 aprile 1880 – New York, 22 agosto 1942)
Prima rappresentazioneOpéra, Parigi, 4 giugno 1910. Interpreti: Ballets Russes di Diaghilev, Ida Rubinstein (Zobeide), Vaslav Nijinskij (lo Schiavo d’Oro), Enrico Cecchetti (Il Grande Eunuco)
TramaIspirato alla trama della prima storia de Le mille e una notte, il balletto è ambientato alla corte di Shariar, sultano di Persia. In questa storia si narra che, per vendicarsi di un tradimento subito dalla donna amata, Shariar decide di sposare ogni giorno una vergine che il giorno dopo fa uccidere: l’ultima delle sue spose, Shéhérazade, si salva grazie alla sua sorprendente capacità narrativa. La donna riesce, infatti, a catturare l’attenzione di Shariar narrando ogni giorno delle storie talmente avvincenti da convincere l’uomo, curioso di conoscere il seguito, a rinviare l’uccisione.
La vicenda del balletto costituisce l’antefatto della storia, cioè il tradimento di Zobeide amata da Shariar. Geloso della sua donna il sultano decide di mettere alla prova la sua fedeltà: finge, quindi, di partire per la caccia insieme a suo fratello Zahman. Durante la sua assenza, le porte dell’harem vengono aperte agli schiavi tra i quali ce n’è uno bellissimo, nero, lo Schiavo d'oro. Al ritorno Shariar e il fratello sorprendono un'orgia in corso che coinvolge tutto l'harem e trovano Zobeide tra le braccia dello Schiavo d'oro. Ne consegue il massacro di schiavi e favorite: Zobeide preferisce uccidersi da sola con un pugnale.

Adriana Benignetti
8 days ago |
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(Foto di Fabio Serino)
Shéhérazade
Balletto in un atto e quattro quadri da Le mille e una notte


Scenografia e costumiLéon Bakst, pseudonimo Lev Schmule Rozenberg (Grodno, 10 maggio 1866 – Parigi, 28 dicembre 1924)
LibrettoAleksandr Nikolaevic Benois (San Pietroburgo, 4 maggio 1870 – Parigi, 9 febbraio 1960)
MusicaNikolaj Rimkij-Korsakov (Tichvin, 18 marzo 1844 – San Pietroburgo, 21 giugno 1908)
CoreografiaMichail Fokine, nato Michail Michajlovic Fokin (San Pietroburgo, 23 aprile 1880 – New York, 22 agosto 1942)
Prima rappresentazioneOpéra, Parigi, 4 giugno 1910.



8 days ago |
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Rapsodia Ungherese n. 9 (Pesther Carneval) nelle interpretazioni di Lazar Berman e Georges Cziffra







10 days ago |
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da Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’OttocentoVincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)
Vincenzo Romaniello
(Foto: consultamusicale.it)

Il Carnaval de Pesth è la nona rapsodia di Liszt. Ogni pianista degno di questo nome non ne ignora le trascendentali difficoltà. È un pezzo che solo pochi virtuosi possono eseguire: banco di prova del raggiunto dominio della tastiera. Vincenzo Romaniello lo padroneggiava da giovane con magistero pianistico: pronostico d’una felice carriera. Che si arrestò sulle soglie del Conservatorio di Musica in S. Pietro a Majella quando Vincenzo Romaniello, che l’aveva già frequentato come alunno esterno e come convittore, vi fu nominato insegnante di pianoforte.

Secondo in graduatoria, dopo Giuseppe Martucci, in seguito ad un concorso per titoli, gli fu assegnato l’insegnamento di pianoforte complementare in mancanza d’una cattedra ‘principale’. Cattedra che gli fu affidata dopo la morte del suo maestro Ernesto Coop.
Vincenzo Romaniello insegnò nella sezione femminile del Conservatorio. La separazione dei sessi era osservata con severità e rigore dal ‘censore’ dell’Istituto: un ometto piccolo, grassoccio e baffuto, sempre correttamente vestito, con redingote e bombetta.
Romaniello covava le sue alunne in un’aula protetta da finestre col vetro opaco, al secondo piano. Anche questo accorgimento era studiato dal ‘censore’, che aveva confinato i maschi a pianterreno o al primo piano. Gli arrampicamenti sui muri gli risultavano più complessi delle discese con funi o lenzuola annodate.
In questo mondo ginecologico e virgineo Romaniello s’impantanò, sacrificando il suo talento di esecutore sull’ara di Vesta: e furono centinaia le fanciulle ch’egli avviò al pianoforte. Attrezzato di tutti i ferri didattici necessari alla bisogna, dall’immancabile Metodoal corredo di pezzi da salon, operò ininterrottamente in Conservatorio e fuori. Ed in tutte le stagioni. D’estate portava la moglie e la figlia a Somma Vesuviana ‘in campagna’: egli stesso, teoricamente, vi si trasferiva, ma l’atto del villeggiare non si confaceva alla sua operosità. La mattina, quando le viti ed i frutteti sorridevano al sole nascente, si avviava alla stazione della Circumvesuviana sorreggendo il panierino bucherellato in cui la moglie aveva sistemato la merenda che doveva sostenerlo fino al ritorno serale. E s’immergeva di nuovo nell’opus didascalico che esercitava nel ventre di Napoli, a piazza Carità. Anche Romaniello coltivò apprezzabili iniziative. Due, sopra tutte, incisero nella vita musicale di Napoli. Una Società orchestrale ed il ‘Circolo Romaniello’ istituito parallelamente al più qualificato ‘Circolo Cesi’.
Alle tre lezioni settimanali e mattutine in Conservatorio, seguivano i pomeriggi riempiti dalle lezioni private. Un lavoro incessante: estate ed inverno erano interrotti solo meteorologicamente dalla primavera e dall’autunno. Le stagioni non interferivano nella tenacia professionale di Vincenzo Romaniello. Ma tanta dedizione doveva dissolversi in un totale annullamento di qualsiasi traccia non che umana persino immobiliare e mobiliare.
La casa di Vincenzo Romaniello fu inghiottita dagli sventramenti seguiti alle cosiddette riforme edilizie. Scomparvero pure i suoi mobili, venduti all’asta dall’amministratore municipale per mancanza di eredi. La moglie paralitica e la figlia cieca erano scomparse prima di lui.
Chi conobbe Romaniello e la sua bruciante passione per l’insegnamento non considerò una così squallida conclusione del vivere dell’insigne personaggio un immeritato castigo. L’assiduo operare con fede ed entusiasmo riempì la vita di questo maestro laborioso e zelante, ripagandolo dei sinistri colpi del destino. Laboriosità e zelo che possono rintracciarsi nell’unica sua fatica ancora produttiva: l’onesta e rispettosa revisione didattica delle musiche pianistiche di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
(Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983, pp. 115-116)

N.B. su Vincenzo Romaniello leggi anche QUI
10 days ago |
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Il soprano di Madrid inizierà l’anno a La Monnaie con due delle opere più complesse del XX secolo, in un doppio programma: “Il Prigioniero”, di Dallapiccola, e “Das Gehege”, di Rihm
©Ricardo Rios
Artista poliedrica dalla personalità solida, il soprano spagnolo Ángeles Blancas si sente stimolata dalle sfide difficili. Prova di ciò è l’aver affrontato negli ultimi anni alcune delle opere più complesse del XX secolo. Il repertorio centroeuropeo è stato molto presente nella sua carriera nelle passate stagioni, qualcosa di molto inusuale per un interprete latino, e la Blancas è sempre più ricercata a livello internazionale per opere di autori come Janácek (la sua Kostelnicka in Jenufa ha recentemente lasciato senza fiato il pubblico del Teatro Massimo di Palermo), senza dimenticare Richard Strauss e Richard Wagner, autori che ampliano il suo repertorio. 

Ora è il turno di due pesi massimi della musica contemporanea che interpreterà in un doppio programma alla Monnaie di Bruxelles: Il prigioniero, dell'italiano Luigi Dallapiccola, e Das Dehege, del tedesco Wolfgang Rihm, opere estremamente difficili e programmate nella stessa sessione, che avranno come protagonista assoluta Ángeles Blancas il 16, 18, 19, 21, 23, 25 e 27 gennaio 2018. 
«Mi sono concentrata - letteralmente - durante settimane per assimilare tecnicamente e organicamente entrambe le opere, di grande difficoltà, sia dal punto di vista ritmico-musicale che vocale», dice l’interprete. Nel lavoro di Dallapiccola, uno dei primi compositori italiani ad abbracciare la dodecafonia, il soprano spagnolo interpreterà il ruolo de La Madre; si tratta di un’opera di un solo atto di grande intensità drammatica, la cui azione si svolge in una prigione di Saragozza durante il periodo dell’Inquisizione. La prima assoluta è stata in Italia nel 1949, mentre in Spagna non è stata eseguita fino al 2010; Blancas l’ha debuttata nel 2014 per mano di Antonio Pappano.
Nella seconda parte della serata sarà rappresentata Das Gehege, di Rhim (1952), un compositore chiave nella scena musicale europea. «Ho scoperto con quest’opera che i miei limiti erano più lontani di quanto pensassi», dice la cantante: «Il mio personaggio, Anita, è di una complessità travolgente e mettermi nei suoi panni è stata una vera sfida; è molto esigente in tutti i sensi (musicale e scenografico) dato che il peso drammatico ricade su di lei – non ci sono altri ruoli che ti permettano di fare una pausa –  e per questo motivo mi appassiona e commuove», commenta.
Alla Monnaie Ángeles Blancas sarà diretta musicalmente, in entrambe le opere, da Franck Ollu, in una messa in scena firmata da Andrea Breth, che per Blancas è «una regista che lavora in maniera minuziosa, in una maniera molto ricercata ed elaborata, dando un senso a ogni dettaglio; la sua visione di Das Gehege è molto interessante: la psicologia del personaggio ha dei grandi contrasti e Breth tira fuori il suo lato drammatico tanto quanto quello comico. In questa storia, Anita libera un’aquila dalla sua gabbia prima di ucciderla, e per questo Breth si è ispirata a Une semaine de bonté, una serie di disegni estremamente potenti creati da Marx Ernst, artista chiave del Dadaismo e del Surrealismo. A ogni modo, entrambe le opere formano un dittico che esplora la relazione complessa e ambivalente tra una vittima e il suo carnefice, un tema di attualità, purtroppo». Si tratta di una coproduzione tra il teatro belga e l’Opera di Stoccarda, un teatro in cui si rappresenteranno diversi spettacoli di questo dittico durante la primavera, sempre con l’artista di Madrid come protagonista.
Per maggiori informazioni:Ángeles BlancasLa Monnaie
(comunicato stampa) 
11 days ago |
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Brescia/Amisano ©Teatro alla Scala
Andrea ChénierDramma storico in quattro quadri                   MusicaUmberto Giordano (Foggia, 28 agosto 1867 – Milano, 12 novembre 1948) 
LibrettoLuigi Illica  (Castell'Arquato, 9 maggio 1857 – Ivi, 16 dicembre 1919) 

Prima rappresentazioneMilano, Teatro alla Scala, 28 marzo 1896
PersonaggiAndrea Chénier (tenore)Carlo Gérard (basso)La contessa di Coigny (mezzosoprano)Maddalena di Coigny (soprano)La mulatta Bersi (mezzosoprano)Roucher (basso)Il sanculotto Mathieu, detto Populus (baritono)Madelon (mezzosoprano)Un Incredibile (tenore)Il romanziere pensionato del re Pietro Fléville (basso)L’abate poeta (tenore)Schmidt, carceriere a San Lazzaro (basso)Il maestro di casa (basso)Dumas, presidente del Tribunale di salute pubblica (basso)Fouquier Tinville, accusatore pubblico (basso)
Dame, signori, abati, lacchè, staffieri, conduttori di slitte, ungheri volanti, musici, servi, paggi, valletti, pastorelli, straccioni, borghesi, sanculotti, carmagnole, guardie nazionali, soldati della Repubblica, gendarmi, mercatine, pescivendole, calzettaie, venditrici ambulanti, Meravigliose, Incredibili, rappresentanti della Nazione, giudici, giurati, prigionieri, condannati, ragazzi strilloni, un maestro di musica, Alberto Roger, Filandro Fiorinelli, Orazio Coclite, un bambino, un cancelliere, il vecchio Gérard, Robespierre, Couthon, Barras, un fratello servente (garzone di caffè)
La trama (di Claudio Toscani, dal programma di sala, per gentile concessione del ©Teatro alla Scala)
Quadro primoCastello della signoria dei conti di CoignyAlla vigilia della Rivoluzione francese, la nobiltà continua a condurre la sua solita vita. Al castello di Coigny sono in corso i preparativi di una festa. Il giovane domestico Carlo Gérard, che vede il vecchio padre impegnato in un duro lavoro, manifesta il suo disprezzo per i nobili, compiangendo la sorte degli umili. Giungono la contessina Maddalena, di cui Gérard è segretamente innamorato, e gli invitati, per nulla turbati dalle notizie dei disordini che giungono da Parigi. Tra gli ospiti è presente il giovane poeta Andrea Chénier. La contessa di Coigny lo sollecita a improvvisare dei versi, ma Chénier declina l’invito; alle parole di scherno della contessina e degli altri invitati, il giovane risponde difendendo con forza i suoi ideali e invitando a rispettare un sentimento gentile come l’amore, pur nella decadenza morale della società. Maddalena è colpita dalle sue parole. Mentre gli ospiti si preparano alla danza, la festa è interrotta da un gruppo di straccioni, che Gérard ha introdotto nel castello. La contessa rimprovera il suo domestico per l’irruzione; questi, per tutta riposta, si strappa di dosso la livrea e se ne va, portando il padre con sé. La festa riprende: gli invitati danzano la gavotta.
Quadro secondoParigi, un giorno di giugno del 1794A Parigi, all’epoca del Terrore, Chénier è sospettato dal governo rivoluzionario e sorvegliato da un “Incredibile” agli ordini di Gérard, che nel frattempo è divenuto uno dei capi della rivoluzione. Una donna misteriosa scrive da tempo al poeta, sollecitando il suo aiuto: è la contessina Maddalena, che ha perduto la madre uccisa dai rivoluzionari ed è costretta a vivere nascosta. Chénier è invitato dall’amico Roucher, che è riuscito a trovargli un passaporto, a fuggire per evitare l’arresto; ma il poeta, pur consapevole del pericolo, vuole prima scoprire l’identità della sconosciuta. L’antica cameriera di Maddalena riesce a trasmettere a Chénier un messaggio, con il quale la contessina gli dà appuntamento per quella sera stessa. I due giovani si incontrano e Chénier riconosce Maddalena, che nel frattempo ha perduto la vecchia alterigia ed è molto cambiata. Tra i due si accende l’amore. Ma Gérard, avvertito dall’Incredibile, li sorprende e ingaggia un duello con Chénier, che lo ferisce gravemente. Gérard invita generosamente il rivale a fuggire portando con sé la donna amata, prima che lo sorprendano i rivoluzionari dai quali è ricercato; ai soccorritori, dichiara di non conoscere l’uomo che lo ha assalito.
Quadro terzoPrima sezione del Tribunale rivoluzionarioLa Francia è minacciata: il sanculotto Mathieu chiede ai cittadini soldati e denaro per le spese di guerra. Le sue parole suscitano scarso entusiasmo; invece Gérard, guarito nel frattempo dalla ferita, accende la folla con i suoi discorsi patriottici. Madelon, un’anziana cieca, gli affida l’unico, giovanissimo nipote perché vada sotto le armi. Mentre dall’esterno arriva il canto della Carmagnola, l’Incredibile informa Gérard che Chénier è stato arrestato. Gérard, invitato a firmare l’atto d’accusa, esita in preda al rimorso per un atto così vile; ma infine inserisce il nome del poeta nella lista degli accusati. Maddalena gli offre se stessa in cambio della vita di Chénier: Gérard, commosso, le promette che farà di tutto per salvare il giovane. Ritratta la denuncia e difende Chénier con foga in tribunale, ma ciò non basta ad evitare al poeta la condanna a morte.
Quadro quartoCortile delle prigioni di San LazzaroChénier riceve la visita di Roucher mentre scrive i suoi ultimi versi, che legge all’amico. Dopo che i due si sono separati giunge Maddalena, che con l’aiuto di Gérard ha potuto ottenere un colloquio con il prigioniero. La giovane corrompe il carceriere perché le consenta di sostituirsi a un’altra prigioniera, una madre condannata alla pena capitale. Gérard si allontana, per recarsi da Robespierre e supplicarlo di salvare la vita di Chénier. Rimasti soli, Chénier e Maddalena si fanno coraggio e vanno incontro con dignità al loro destino: all’alba salgono sul carro dei condannati e si avviano, abbracciati, al patibolo.

11 days ago |
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FidelioOpera in due atti
MusicaLudwig van Beethoven (Bonn, 17 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827)


LibrettoJospeh Sonneleithner (Vienna, 3 marzo 1776 – Ivi, 25 dicembre 1835) e Georg Friedrich Treitschke (Lipsia, 29 agosto 1776 – Vienna, 4 giugno 1842), da Léonore di Jean-Nicolas Bouilly (Joué-lès-Tours, 23 gennaio 1763 – Parigi, 24 aprile 1842)
Prima rappresentazioneVienna, Theater an der Wien, 20 novembre 1805 (seconda versione: Theater an der Wien, 29 marzo 1806; terza versione: Teatro di Porta Carinzia, 21 maggio 1814)
Personaggi
Don Fernando, ministro (basso)Don Pizarro, governatore di una prigione di stato (basso)Florestan, un prigioniero (tenore)Leonore, sua moglie, sotto il nome di Fidelio (soprano)Rocco, carceriere (basso)Marzelline, sua figlia (soprano)Jaquino, portiere (tenore)
Prigionieri, ufficiali, guardie, popolo
Trama (testo tratto dal sito del Teatro Lirico di Cagliari)
Atto I
Nel cortile di una prigione spagnola, il giovane guardiano Jaquino corteggia Marzelline, figlia del capocarceriere Rocco, che però risponde con sufficienza alle sue proposte di nozze: è innamorata di Fidelio, il giovane aiutante da poco assunto da Rocco e apprezzato anche da questi, che incoraggia i sentimenti della figlia. Fidelio, in realtà, è Leonore, gentildonna introdottasi con questo stratagemma in carcere avendo avuto notizia che vi si trova il marito, Florestan, da lungo tempo detenuto perché perseguitato dal tirannico governatore delle prigioni di stato, Don Pizarro. Mentre Fidelio/Leonore si rende conto con turbamento dei sentimenti di Marzelline, Pizarro arriva circondato dalle sue guardie: teme la visita d’ispezione del Ministro, Don Fernando, e proprio per questo ha bisogno di eliminare rapidamente Florestan, detenuto illegalmente. Quando Pizarro cerca di convincere Rocco a uccidere il prigioniero, l’uomo rifiuta, ma poi accetta almeno di scavare la fossa. Leonore ha ascoltato la conversazione e ottiene da Rocco che i reclusi possano trascorrere qualche momento al sole, fuori delle celle. Spera così di ravvisare, tra essi, il marito, della cui presenza l’accanimento di Pizarro l’ha resa quasi certa. Rocco rivela tutto a Fidelio/Leonore e la donna, che non ha visto il marito fra i prigionieri, decide di seguirlo nella segreta con il pretesto di dargli aiuto. Rientra Pizarro, furioso nel vedere che si sono fatti uscire i prigionieri dalle celle senza il suo permesso.
Atto II

Nel tetro squallore del sotterraneo, Florestan piange il suo destino e tuttavia nella sua immaginazione febbrile crede di rivedere Leonore che giunge a dargli la libertà. Sviene e non si accorge dell’arrivo di Rocco e Fidelio/Leonore, ma il finto aiutante riconosce il marito nel prigioniero. Rocco, impietosito, offre un po’ di vino a Florestan e la donna, rivelatasi al consorte, lo esorta a sperare. Pizarro scende per uccidere Florestan ma Leonore gli si slancia contro impugnando una pistola. Si odono gli squilli della coorte del Ministro e, prima che Pizarro si sia riavuto dallo stupore, Rocco lo trascina via. Riunitisi tutti, nel cortile, guardiani e prigionieri, il Ministro annuncia la fine della tirannia di Pizarro, che viene arrestato. Leonore e Florestan, in cui Don Fernando riconosce un suo vecchio amico, vengono liberati in un gioioso canto di lode al coraggio di Leonore e alla forza dell’amore coniugale.


Adriana Benignetti
12 days ago |
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