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Adriana Benignetti
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Erik Satie

(nome completo Éric-Alfred-Leslie Satie)Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1° luglio 1925
Memorie di un amnesiaco (frammenti)Chi sono io

Tutti vi diranno che non sono un musicista. È vero. Fin dall’inizio della mia carriera, mi sono, immediatamente, situato tra i fonometrografi. Le mie opere sono pura fonometria. 

Che si prenda il Fils des Étoiles, i Morceuax en forme de poire, En habit de Cheval o le Sarabandes, si vede bene che nessuna idea musicale ha presieduto alla creazione di queste opere. Il pensiero scientifico le domina. Del resto,a me piace di più misurare un suono che ascoltarlo. Così fonometro alla mano, opero allegramente e senza indugi. C’è qualcosa ch’io non abbia pesato e misurato? Tutto Beethoven, tutto Verdi, eccetera. È molto stano. La prima volta che feci uso di un fonoscopio, osservai un si bemolle di media grandezza. Non ho mai visto, ve lo assicuro, nulla di più ripugnante. Chiamai il mio cameriere per farglielo vedere. Sulla fonobilancia, un fa diesis qualsiasi, del tipo più comune, toccò i 93 chili. Era stato emesso da un tenore molto grasso, che pesai ugualmente. 

Sapete come si puliscono i suoni? È un lavoro assai sporco. La trafilatura è più pulita: saperli classificare è molto minuzioso e richiede un’ottima vista. Qui entriamo nella fonotecnica. Quanto alle esplosioni sonore, spesso così sgradevoli, un po’ di cotone, nelle orecchie le attenua opportunamente. Qui entriamo nella pirofonia. Per scrivere le mie Pièces Froides, mi sono servito di un caleidofono-registratore. Mi ci son voluti sette minuti. Ho chiamato il mio cameriere per farglielo sentire. Credo di poter dire che la fonologia è superiore alla musica. È più varia e i vantaggi pecuniari sono superiori. Le devo la mia agiatezza. Comunque sia, con il motodinamofono, un fonomusiratore che abbia un minimo di pratica può registrare agevolmente molti più suoni di quanti non ne produca il più abile dei musicisti nello stesso lasso di tempo, con un analogo dispendio di energia. L’avvenire, dunque, appartiene alla filofonia.

La giornata del musicista
L’artista deve dare una regola alla sua vita. Ecco l’orario esatto delle mie attività quotidiane: Sveglia alle 7 e 18: ispirazione dalla 10 e 23 alle 11 e 47. Faccio colazione alle 12 e 11 e mi alzo da tavola alle 12 e 14. Salutare passeggiata a cavallo in fondo al mio parco: dalle 13 e 19 alle 14 e 53. Nuova ispirazione: dalle 15 e 12 alle 16 e 07. Occupazioni diverse (scherma, meditazione, immobilità, visite, contemplazione, agilità, nuoto, ecc.): dalle 16 e 21 alle 18 e 47. Il pranzo è servito alle 19 e 16 e termina alle 19 e 20. Poi, letture sinfoniche ad alta voce dalle 20 e 09 alle 21 e 59. Mi corico regolarmente alle 22 e 37. Una volta alla settimana, sveglia di soprassalto alle 3 e 19 (il martedì). Mi nutro solo di cibi bianchi: uova, zucchero, ossa grattugiate; grasso di animali defunti; vitello, sale, noci di cocco, pollo cotto in acqua bianca; muffa di frutta, di riso, di rape; sanguinaccio canforato, pasta, formaggio (bianco), insalata di cotone e di una determinata qualità di pesce (spellato). 

Faccio bollire il vino, che bevo freddo, misto a del succo di fucsia. Ho un buon appetito, ma non parlo mai mentre mangio per paura di strozzarmi. Respiro con precauzione (poco per volta). Ballo molto di rado. Quando cammino, mi cingo i fianchi e tengo lo sguardo fisso dietro di me. Molto serio d’aspetto, rido senza volere. Non manco mai di scusarmene, e con affabilità. Dormo con un occhio solo; ho il sonno molto duro. Il mio letto è rotondo con un buco per lasciar passare la testa. Ogni ora un cameriere viene a prendermi la temperatura e me ne porta un’altra. Sono abbonato da lungo tempo a una rivista di mode. Porto una berretta bianca, calze bianche e un bianco panciotto. Il mio medico mi ha sempre detto di fumare. Aggiunge ai suoi consigli: -       Fumi amico mio: se no, un altro fumerà al suo posto.
[Obiezioni]
Quand’ero giovane, mi dicevano: «Vedrà quando avrà 50 anni». Ho 50 anni. Ma non vedo niente.
Ravel rifiuta la Legion d’Onore, ma tutta la sua musica l’accetta.
A tavola

Personalmente ho sempre nutrito per l’Arte Culinaria una viva ammirazione, ammirazione per nulla mitigata. I «piacere della tavola» non mi dispiacciono affatto – anzi; e provo per la «tavola» un senso di rispetto – e anche di più. Che sia rotonda o quadrata, mi appare «culturale» e mi impressiona come un vasto altare. Sì.
Secondo me, mangiare è un compito – un compito piacevole – un compito delle vacanze, beninteso; e tengo ad assolverlo con una precisione e un’attenzione solerti. Dotato come sono di un buon appetito, mangio per me stesso, ma senza egoismo, senza bestialità. In altre parole «mi comporto meglio a tavola che a cavallo» – benché sia un discreto cavallerizzo. Ma questa è un’altra storia, come fa rilevare così opportunamente il sig. Kipling.
Nei pranzi, la parte che interpreto ha la sua importanza: sono commensale come altri, a teatro, son spettatori. Sì… Lo spettatore ha un ruolo ben preciso: ascolta e vede; il commensale, invece, mangia e beve. Insomma è la stessa cosa – malgrado la disparità apparente tra queste due funzioni. Sì. I piatti nei quali sono stati prodigati un calcolato virtuosismo, una scienza accorta non sono quelli che attirano di più la mia attenzione «gustatrice». In Arte mi piace la semplicità; lo stesso in cucina. Plaudo più volentieri a un arrosto ben cotto che alla raffinata elaborazione di carni dissimulate sotto i sapienti belletti di un maestro della sala – se avete la bontà di consentirmi quest’immagine. Ma quest è un’altra storia.
Tra i miei ricordi di commensale, non posso dimenticare le piacevoli colazione fatte, durante un certo numero d’anni, a casa del mio vecchio amico Debussy, al tempo in cui abitava in rue Cardinet. Ho sempre in mente il ricordo di questi simpatici pranzetti.
Le uova e le cotolette di montone facevano le spese di quegli amichevoli incontri. Ma che uova e che cotolette!... Mi lecco le guance – interiormente, si capisce. Debussy – che le preparava lui stesso, quelle uova, quelle cotolette – possedeva il segreto ( il segreto più assoluto) di quei manicaretti. Il tutto era deliziosamente innaffiato con uno squisito bordeaux bianco i cui effetti erano commoventi e disponevano nel modo migliore alle gioie dell’amicizie e del sapersi lontani dagli «Ultrabovini», dalle «Vecchie mummie» e altri «Tromboni» – codesti flagelli dell’Umanità e della «povera gente». Ma anche questa è un’altra storia.
[I ragionamenti di un testardo]
Perché un uomo è bello?Perché, tra tutti gli animali, è il solo che se lo dice.
Che cos’è l’Uomo?Una povera creatura messa su questa terra per dar fastidio agli altri uomini.
Il Male può venire sia dall’alto che dal basso.
Non leggo mai un giornale della mia opinione: la troverei deformata.
È bella la gioventù, quando però non è vecchia.
L’esperienza è una forma di paralisi.
Il Passato serve ad armarsi solidamente.Il Futuro è la lotta nell’ignoto intravisto.Imparate a guardare lontano, nel Gran Lontano.
Non capisco perché i soldi non hanno odore, dato che con i soldi si può avere tutto.
Se fossi ricco, avrei paura di perdere la mia ricchezza.
Chi beve assenzio, si suicida a sorsi.
(Erik Satie, Quaderni di un mammifero, a cura di Ornella Volta, Adelphi Edizioni, Milano 1980)
A. B.
15 hours ago | |
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Romeo e GiuliettaBalletto in tre atti
CoreografiaKenneth MacMillan (Dunfermline, 11 dicembre 1929 – Londra, 29 ottobre 1992) 
Musica Sergej Prokof’ev (Oblast' di Donec'k, 23 aprile 1891 – Mosca, 5 marzo 1953)


2 days ago | |
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(Foto: ©Teatro alla Scala)
Romeo e Giulietta
Balletto in tre atti
Coreografia
Kenneth MacMillan (Dunfermline, 11 dicembre 1929 – Londra, 29 ottobre 1992)


Musica 
Sergej Prokof’ev (Oblast' di Donec'k, 23 aprile 1891 – Mosca, 5 marzo 1953)


Atto primo

Scena prima - La piazza del mercato. L’azione si svolge a Verona. Romeo, figlio di Messer Montecchi, tenta senza successo di dichiarare il suo amore a Rosalina: gli amici Mercuzio e Benvolio lo confortano. Allo spuntare del giorno, i cittadini si ritrovano sulla piazza del mercato: nasce un diverbio fra Tebaldo, nipote di Messer Capuleti, e Romeo e gli amici. Capuleti e Montecchi sono nemici giurati: inizia subito la battaglia. Messer Montecchi e  Messer Capuleti, in persona, prendono parte alla lotta che viene sospesa dopo l’intervento del Principe di Verona il quale ordina alle due famiglie di por fine alla loro rivalità.
Scena seconda - Anticamera di Giulietta in casa Capuleti. Giulietta gioca con la nutrice ma viene interrotta dai genitori, Messer Capuleti e la sua sposa, che la presentano a Paride, un nobile giovane e ricco che l’ha chiesta in moglie.
Scena terza - Esterno di casa Capuleti. Giungono gli ospiti per il ballo in casa Capuleti. Romeo, Mercuzio e Benvolio, mascherati, decidono di dare la caccia a Rosalina.
Scena quarta - La sala da ballo. Romeo e gli amici sopraggiungono nel pieno della festa. Gli ospiti osservano Giulietta ballare. Mercuzio, vedendo che Romeo, guardandola,  è come in estasi, balla per distrarre la sua attenzione. Tebaldo riconosce Romeo e gli ordina di allontanarsi, ma interviene Messer Capuleti che gli dà il benvenuto nella sua dimora.
Scena quinta - Esterno di casa Capuleti. Mentre gli ospiti se ne vanno, Messer Capuleti dissuade Tebaldo dall’inseguire Romeo.
Scena sesta - Balcone di Giulietta.Giulietta non riesce a dormire ed esce sul suo balcone: pensa a Romeo, ed ecco che all’improvviso egli compare nel giardino. Si confessano il reciproco amore.

Atto secondo

Scena prima   - La piazza del mercato. Romeo non fa che pensare a Giulietta e, al passaggio d’un corteo nuziale, sogna il giorno in cui la sposerà. Frattantola nutrice di Giulietta si apre a fatica la via tra la folla in cerca di Romeo per consegnargli una lettera di Giulietta. Romeo legge: Giulietta ha acconsentito a diventare sua sposa.
Scena seconda - La cappella. In segreto gli amanti vengono uniti in matrimonio da Frate Lorenzo, il quale spera che la loro unione porrà fine alle contese fra Montecchi e Capuleti.
Scena terza - La piazza del mercato. Tebaldo interrompe l’allegra baraonda, assale Mercuzio e lo uccide. Romeo vendica la morte dell’amico, e viene esiliato.
Atto terzo

Scena prima - La stanza da letto.All’alba del giorno successivo la servitù si desta, e Romeo deve partire. Abbraccia Giulietta e si allontana proprio mentre i genitori entrano con Paride. Giulietta si rifiuta di sposare Paride che, offeso dal diniego, si allontana. I genitori di Giulietta sono indignati e minacciano di diseredarla. Giulietta si precipita da Frate Lorenzo.
Scena seconda - La cappella.Giulietta cade ai piedi del frate e invoca il suo aiuto. Egli le consegna una fiala di  sonnifero che la farà sprofondare in un sonno simile alla morte: i genitori, convinti della sua morte, la seppelliranno nella tomba di famiglia; intanto Romeo, avvisato da Frate Lorenzo, tornerà protetto dalle tenebre e porterà Giulietta lontano da Verona.
Scena terza - La stanza da letto.Alla sera Giulietta acconsente di sposare Paride, ma il mattino seguente, quando i genitori entrano con lui, la trovano sul letto apparentemente senza vita.
Scena quarta - La cripta della famiglia Capuleti. Senza aver ricevuto il messaggio del frate, Romeo, colpito come da un fulmine alla notizia della morte di Giulietta, ritorna a Verona. Vestito da monaco, entra nella cripta: trova Paride presso il corpo di Giulietta e lo uccide. Crede morta Giulietta e beve una fiala di veleno. Giulietta si risveglia, trova morto Romeo e si trafigge.
(Kenneth MacMillan  - Traduzione dall’inglese di Olimpio Cescatti)
©Teatro alla Scala

2 days ago | |
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«12 studi per pianoforte» di F. Chopin op. 25

Fryderyk ChopinZelazowa Wola, 1810 – Parigi, 1849 (Foto: liberolibro.it)


Come potrebbe mancare nella nostra Rivista colui che così spesso abbiamo indicato come una stella rara nelle tarde ore della notte? Dove vada e conduca la sua strada, quanto sia lunga e splendente, chi sa dire? Ogni volta si è mostrato sempre con lo stesso ardore profondo, con lo stesso centro di luce, con la stessa finezza, sì che un bambino l’avrebbe potuto riconoscere. Ho avuto la fortuna di sentire questi studi per la maggior parte da Chopin stesso; «li suona molto alla Chopin» mi bisbigliò Florestano nell’orecchio.


S’immagini un’arpa eolia che abbia tutte le gamme sonore e che la mano d’un artista le mescoli in ogni sorta d’arabeschi fantastici, in modo però da udire sempre un suono grave fondamentale e una morbida nota alta; s’avrà così press’a poco un’immagine del modo di sonare di Chopin. Nessuna maraviglia perciò se i pezzi che son piaciuti di più siano quelli che abbiamo udito da lui, e così sia citato sopra tutti quello in la bemolle maggiore, ch’è più una poesia che uno studio. Sbaglierebbe chi pensasse ch’egli facesse udire chiaramente ognuna delle piccole note; si sentiva piuttosto un’ondulazione dell’accordo in la bemolle maggiore, rinnovato di tempo in tempo dal pedale, ma attraverso le armonie si distinguevano melodie dai suoni ampi, meravigliosi; una volta sola, a metà del pezzo, si sentiva chiara fra gli accordi una voce di tenore, insieme al canto principale. 
Finito lo studio, si prova l’impressione di chi si vede sfuggire una beata immagine apparsa in sogno e che, già mezzo sveglio, vorrebbe ancora trattenere; dopo di ciò si può dire ancora ben poco in fatto di lode. Chopin passò poi subito all’altro studio in fa minore, il secondo del volume: anche questo, per la sua caratteristica si scolpisce indimenticabilmente nella mente, così grazioso, fantastico e lieve, un po’ come il canto d’un bimbo nel sonno. Seguì poi lo studio in fa maggiore, bello ancora, ma meno nuovo nel carattere che non nel disegno; qui importava soprattutto di mostrare la bravura, la più amabile invero e dovremmo molto complimentare il maestro… Ma a che serve, descrivere colle parole?
Questi studi indicano una volta di più quale audace forza creatrice sia posta in lui: veri quadri poetici, non senza qualche piccola macchia nei particolari, ma nell’insieme sempre possenti e afferranti. Tuttavia la mia opinione più sincera, a non volerla tacere, è che l’importanza totale mi pare maggiore nella prima grande raccolta. Questo però non può dare il minimo sospetto d’una diminuzione della natura artistica di Chopin o di un indietreggiamento, perché gli studi testè apparsi sono stati composti quasi tutti insieme ai primi e soltanto qualcuno (cui si riconosce una più grande maestria, come il primo in la bemolle magg. e l’ultimo, magnifico, in do minore) è più recente. Che il nostro amico crei ora, in generale, assai poco e opere di piccole mole, è purtroppo anche vero e ben può dirsi che le distrazioni di Parigi n’abbiano un po’ colpa. Ammettiamo piuttosto, che dopo tante tempeste un’anima di artista abbia bisogno di qualche riposo e che poi forse, nuovamente fortificato, tenda ai lontani soli, che il genio sempre ci discopre.
Eusebio
Robert Schumann
 Zwickau, 1810 – Bonn, 1856 
(Foto: sapere.it)

Adriana Benignetti


(Robert Schumann, La musica romantica, a cura di Luigi Ronga, Einaudi Editore, Torino 1970, pp. 57-58)


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“Las cuatro estaciones porteñas” di Astor Pantaleón Piazzolla (Mar del Plata, 11 marzo 1921 – Buenos Aires, 4 luglio 1922)


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Georges Bizet (all'anagrafe Alexandre-César-Léopold) 
Parigi, 25 ottobre 1838 – Bougival, 3 giugno 1875

1838, 25 ottobre: Alexandre-César-Léopold nasce a Parigi da  Adolphe-Armand, insegnante di canto e compositore, e da Aimée-Marie Delsarte, pianista e sorella di un apprezzato maestro di canto, François-Alexandre-Nicolas-Chéri Delsarte.
1840, 16 marzo: nella chiesa di Nôtre-Dame viene battezzato col nome di Georges, da tutti adottato in sostituzione dei nomi registrati all’anagrafe.
1842: all’età di 4 anni Georges inizia la formazione musicale con il padre.
1847: viene ammesso, in qualità di uditore, al corso di pianoforte di Antoine-François Marmontel, i cui insegnamenti si riveleranno particolarmente fruttuosi.
1848: viene ammesso al Conservatorio di Parigi, dove studia contrappunto e fuga con Pierre Zimmermann (allievo di Cherubini), che – per motivi di salute – si faceva sostituire spesso dal genero, Charles Gounod.  
1853: alla morte di Zimmermann, Bizet prosegue i suoi studi sotto la guida di Jacques Halévy.
1854: scrive le prime composizioni, Grande valse de concert in mi bemolle maggiore e Nocturne in fa maggiore.
1855: compone l’Ouverture in la minore, la Sinfonia in do maggiore (perduta, poi ritrovata nel 1933 grazie a Douglas Charles Parker e diretta per la prima volta nel 1935) e il Valse in do maggiore per coro e orchestra.
1856: arriva secondo al «Prix de Rome». Con Le Docteur Miracle, su libretto di Léon Battu e Ludovic Halévy, vince (ex-equo con Charles Lecocq) il concorso indetto da Offenbach per la composizione di operette da rappresentarsi al Théâtre des Bouffes-Parisiens. Scrive anche La maison du docteur, mai rappresentata, e la cantata David.
1857: va in scena Le Docteur Miracle, che regala al compositore notorietà nell'ambiente musicale parigino e gli procura l'attenzione di Rossini e di Offenbach. Vince il «Prix de Rome» con Clovis et Clotilde, che gli consente di godere per cinque anni di una sovvenzione statale e di soggiornare per due anni in Germania e in Italia. Compone, inoltre, le cantate Héloïse de Montfort, Le chevalier enchanté, Herminie, Le retour de Virginie e La chanson de rouet. A dicembre Georges lascia Parigi e si reca a studiare in Italia.
1858, 27 gennaio: arriva a Roma. Soggiorna a Villa Medici, sede italiana dell'Académie Française, dove sono ospitati i vincitori del «Prix de Rome››. Adempiendo agli obblighi imposti ai borsisti, musica un libretto di soggetto italiano. Nasce così Don Procopio. Il regolamento prescriveva, tuttavia, che il primo lavoro fosse una messa o comunque una composizione sacra. Per questo la commissione, pur lodando le qualità dell’opera, rimprovera privatamente l’autore.

1859: Scrive l’ode sinfonica Vasco de Gama. Ottiene il permesso di prolungare il soggiorno a Villa Medici di un altro anno.

1860, settembre: Georges Bizet rientra a Parigi, dove inizia un’intensa attività professionale fatta anche di riduzioni pianistiche da partiture di opere liriche e di arrangiamenti per pianoforte.
1861, 8 settembre: a soli 47 anni muore la madre di Bizet. Per assistere il padre, fortemente colpito dal lutto, Georges dà anche lezioni di armonia, solfeggio e canto, oltre a continuare l’attività di riduzione e arrangiamento di opere liriche. Inizia a comporre La guzla de l'émir, un'opera buffa mai rappresentata e probabilmente distrutta dallo stesso musicista.
1862: la governante del padre, Marie Reiter ha un figlio (Jean) e attribuisce la paternità a Bizet
1863, 23 settembre: al Théâtre Lyrique va in scena Les pêcheurs de perles, su libretto di Michel Carré ed Eugène Cormon. L’opera desta perplessità e procura a Bizet l’accusa di wagnerismo.
1864-65: compone l’opera in quattro atti Ivan IV: il musicologo Ernst Hartmann ne completò, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’orchestrazione e l’opera fu eseguita postuma in Germania nel 1946. Compone anche i Chants du Rhin, sei pezzi per pianoforte su versi di Méry.
1866: da giugno a dicembre compone La jolie fille du Perth, su libretto di Jules Adenis e Jules-Henry Vernoy, che debutterà con successo al Théâtre Lyrique il 26 dicembre dell'anno successivo.
1867, luglio: è assunto come critico musicale dalla «Revue Nationale et Étrangère» ma l'unico articolo, che difende l'imparzialità della critica musicale, preoccupa il direttore. Al secondo scritto, Bizet è costretto a dare le dimissioni per evitare la censura.
15 dicembre: l'operetta Malbrough s'en va-t-en guerre, di cui ha scritto solo il primo atto (gli altri sono musicati da Emile Jonas, Isidore-Edouard Legouix, Léo Delibes e Bernard Courtois) va in scena ad Atene.
1868: vedono la luce la Sinfonia in do maggiore "Roma " e varie composizioni per canto e pianoforte.
1869, 3 giugno: sposa, dopo un lungo e tormentato fidanzamento, Marie Géneviève-Raphaëlle Halévy, figlia di Jacques, suo insegnante di composizione al Conservatorio. Su invito di Camille Du Lode, appena nominato direttore dell'Opéra-Comique, collabora alla nuova gestione del teatro.
1870-71: allo scoppio della guerra franco-prussiana, si arruola nella Guardia Nazionale e partecipa alla difesa di Parigi assediata. Compone Jeux d’enfants, 12 pezzi per due pianoforti. Molte composizioni, scritte in questo periodo, rimangono incompiute, a causa delle frequenti crisi depressive.
1872, 22 maggio: all’Opéra-Cornique viene rappresentata Djamileh che ottiene scarso successo e rinnovate accuse di wagneriano. Du Locle gli commissiona una nuova opera, tratta da una novella di Prosper Mérimée. A giugno comincia a lavorare alla partitura di Carmen, su libretto di Henry Meilhac e Ludovic Halévy.10 luglio: nasce il figlio Jacques.Ottobre: Canalho, nuovo direttore del Théâtre du Vaudeville, lo incarica di comporre le musiche per il dramma di Daudet L’Arlésienne. L’opera va in scena con tiepide accoglienze il 1° ottobre. Poco più di un mese dopo la musica viene eseguita in forma di concerto nell’ambito dei Concerts populaires du Cirque d’hiver, riscuotendo ampi consensi.16 novembre: al Château d’Eau viene rappresentata l’operetta Sol-si-ré-pif-pan, su libretto di William Busnach,  mai pubblicata e probabilmente andata distrutta.
1873: in seguito a divergenze con l’amministrazione dell'Opéra-Comique, Bizet interrompe la composizione di Carmen e si dedica a un nuovo lavoro, Don Rodrigue
1874, dicembre: tra molte difficoltà iniziano le prove di Carmen. L’opera viene ritenuta scandalosa, in contrasto con la rispettabilità del teatro. Coro e orchestra osteggiano il compositore. Du Locle e i librettisti insistono perché la trama sia modificata.
1875 15 gennaio: l’editore Choudens acquista i diritti di Carmen.3 marzo: l’opera va in scena all'Opéra-Comique senza successo. Anche la critica la stronca, ritenendola oscena e cacofonica. Nel corso dell’anno, però, Carmen sarà replicata 35 volte. Rinfrancato dall’insperato successo, Du Locle gli commissiona un nuovo lavoro, l’oratorio Geneviève de Paris. Il compositore è, però, in cattive condizioni di salute e il suo matrimonio è in crisi anche per l’instabilità mentale della moglie.3 giugno: Bizet muore improvvisamente, ma le cause effettive della morte rimangono ancora oggi oscure. La stessa famiglia del compositore offrì versioni contrastanti: attacco di cuore, angina o suicidio.
Il 5 giugno 1875 si tennero i funerali nella chiesa della Trinité a Montmarte, alla presenza di 4.000 persone.
Fonti: teatroliricodicagliari.itDizionario della musica e dei musicisti della Utet, Le biografie, volume I


Adriana Benignetti
6 days ago | |
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(Foto: arthaus-musik.com)
CarmenOpéra comique in quattro atti
MusicaGeorges Bizet (Parigi, 25 ottobre 1838 – Bougival, 3 giugno 1875)


LibrettoLudovic Halevy (Parigi, 1 gennaio 1834 – Ivi, 7 maggio 1908) e Henri Meilhac (Parigi, 21 febbraio 1830 – Ivi, 6 luglio 1897) dall’omonima novella di Prosper Mérimée (Parigi, 28 settembre 1803 – Cannes, 23 settembre 1870)

Prima rappresentazioneParigi, Opéra-Comique, 3 marzo 1875



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CarmenOpéra comique in quattro atti
MusicaGeorges Bizet (Parigi, 25 ottobre 1838 – Bougival, 3 giugno 1875)
Libretto
Ludovic Halevy (Parigi, 1 gennaio 1834 – Ivi, 7 maggio 1908) e Henri Meilhac (Parigi, 21 febbraio 1830 – Ivi, 6 luglio 1897) dall’omonima novella di Prosper Mérimée (Parigi, 28 settembre 1803 – Cannes, 23 settembre 1870)

Prima rappresentazioneParigi, Opéra-Comique, 3 marzo 1875
PersonaggiCarmen (mezzosoprano)Micaëla (soprano)Frasquita (soprano)Mercédès (mezzosoprano)Don José (tenore)Escamillo (baritono)Il Dancaïre (tenore)Il Remendado (tenore)Zuniga (basso)Moralès (baritono)Lillas Pastia (voce recitante)Una guida (voce recitante)
Ufficiali, dragoni, monelli, sigaraie, zingare, contrabbandieri
La vicenda si svolge in Spagna (a Siviglia) verso il 1820
ATTO I 
Moralès, capo dei dragoni, si trova presso la manifattura di tabacchi, in una piazza di Siviglia e osserva il passaggio della gente. Fra la folla avanza una giovane, Micaëla, che è alla ricerca del suo innamorato, il brigadiere Don José: Moralès la invita ad attendere ma la giovane si allontana. In piazza, nel frattempo, arrivano anche le ragazze che escono dalla manifattura di tabacchi per la pausa: solo Don José, arrivato in quegli istanti, si mostra disinteressato a loro, perché ama la sua Micaëla e ha promesso di sposarla. Tutti gli uomini attendono, invece, l’arrivo della bella Carmen: quest’ultima, accortasi dell’indifferenza di Don José avanza spavalda verso di lui cantando, danza una vorticosa “habanera” e, prima di rientrare nella manifattura, gli getta sul viso un fiore.
José ne è turbato e nasconde il fiore sotto la giubba: frattanto, arriva Micaëla che gli reca notizie della madre lontana e lo informa che lascerà la città per raggiungerla, promettendogli di tornare. Prima di andarsene lo bacia castamente.
Appena la ragazza è andata via, Don José tira fuori il fiore per gettarlo via, ma viene interrotto da un alterco che viene dalla fabbrica: Carmen si è azzuffata con una compagna e l’ha ferita al volto. Zuniga, tenente delle guardia, l’arresta e ordina a Don José di portarla in prigione. Rimasta da sola con l’uomo, Carmen inizia la sua opera di seduzione e gli promette amore in cambio della libertà. José, ormai irretito, l’aiuta a fuggire.
ATTO II 
Un mese dopo, nella taverna di Lillas Pastia, Carmen attende il ritorno di Don José che, nel frattempo, è stato imprigionato, per averla lasciata fuggire. Carmen è in compagnia delle amiche Mercedes e Frasquita, e canta e danza fra un gruppo di dragoni. Alla taverna arriva anche il torero Escamillo, vincitore della corrida di Granada, sedotto immediatamente fascino di Carmen. Mentre l’oste sta per chiudere, entrano il Dancairo e il Remendado, entrambi contrabbandieri che si servono della gitana per i loro traffici. Questa volta, però, Carmen rifiuta e si dichiara innamorata.
Finalmente giunge Don José accorso alla locanda per rivedere la gitana che balla per lui accompagnandosi con le nacchere: la danza è, però, interrotta dalle note della ritirata. Ligio al suo dovere, Don Josè decide di ritornare in caserma ma Carmen cerca di trattenerlo. Nel frattempo ritorna Zuniga per restare con la sigaraia. Acceso dalla gelosia, Don José si scatena contro il capitano. Intervengono i contrabbandieri, e Zuniga viene immobilizzato sotto la minaccia delle pistole. A Don Josè non resta quindi altra scelta: seguire Carmen e i suoi amici, disertando l’esercito. 
ATTO III
I contrabbandieri sono accampati tra selvaggi dirupi in un punto strategico. Don Josè e Carmen sono rimasti soli ma il loro rapporto non è più quello di un tempo. La sigaraia pensa ad altre avventure e Don José è tormentato dai rimorsi: l’indifferenza della donna accentua, poi, la sua gelosia. Carmen legge nelle carte il proprio avvenire e il responso è tragico: la morte!
Micaëla, spaurita e tremante, viene a cercare Don José, nel disperato tentativo di redimerlo; lo chiama, ma egli non risponde. Ad un tratto si ode uno sparo: la ragazza fugge mentre appare Escamillo, scampato per poco al colpo di Don José. I due rivali estraggono il coltello e si affrontano. Il dragone sta per colpire il torero, ma la mano di Carmen lo ferma. Mentre Don José furente minaccia la sigaraia, il Remendado scorge Micaëla, giunta per annunciare all'amato che sua madre moribonda vuole vederlo per l’ultima volta. Tutti lo convincono a partire: dapprima egli è incerto poi s'allontana con la ragazza. 

ATTO IV
È il giorno della corrida e la folla, festante, attende sulla piazza di Siviglia davanti all'Arena, acclamando il corteo dei “toreadores”, degli “aguazil”, dei “picadores”, dei “banderilleros” e l’“espada” Escamillo, che arriva assieme a Carmen, ormai innamorata dell’uomo.
Le amiche Mercedes e Frasquita esortano la gitana a fuggire perché Don José la sta cercando. L’uomo si umilia davanti alla donna, pregandola di seguirlo per vivere una nuova esistenza. La vittoria di Escamillo interrompe il dialogo fattosi acceso.
Carmen corre giubilante verso il torero, ma Don Josè la ferma: essa allora confessa cinica, crudele e spavalda il suo amore per il torero e gli getta in faccia l’anello che le ha donato in senso di disprezzo.

Accecato dalla gelosia, Don José avanza verso la donna l’uccide. Carmen cade senza vita mentre la folla allibita assiste alla tragica scena. Don José, sul corpo dell'amata, la invoca disperato e viene arrestato.
Adriana Benignetti


8 days ago | |
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Il mezzosoprano italiano, che inaugurerà nuovamente la stagione del Teatro alla Scala di Milano, debutterà a Bregenz nel ruolo della zingara di Bizet
 
(foto: Victor Santiago)
 «Carmen è un personaggio affascinante. È un’icona della libertà delle donne, in anticipo rispetto alla sua epoca, che vive e agisce con passione, senza paura, una leader, in definitiva; ogni volta che la canto la preparo meticolosamente, perché ogni volta scopro nuove sfumature, sia a livello di interpretazione che musicale. Ha una grande forza scenica e ciò mi permette di sfruttare tutte le mie sfaccettature come attrice. Sono felice di interpretarla in un palcoscenico così spettacolare come quello di Bregenz, senza dubbio uno dei più importanti eventi estivi del mondo, e penso che sia un ruolo che mi accompagnerà per molti anni nella mia carriera.»

Il percorso di Annalisa Stroppa continua ad arricchirsi di trionfi nel mondo dell’opera. La cantante ha infatti inaugurato la stagione della Scala di Milano con la sua perfetta Suzuki in Madama Butterfly – e tornerà a inaugurare anche la prossima stagione, questa volta nell’Andrea Chénier –, ha debuttato all’Opera di Monte Carlo con la sua acclamata Rosina ne Il Barbiere di Siviglia e ha portato la sua Maddalena di Rigoletto al Teatro dell’Opera di Amsterdam. Quest’estate, invece, la Stroppa affronterà uno dei ruoli che più ama per il suo debutto al Festival di Bregenz (Austria), cioè quello della popolare protagonista della Carmen di Bizet. L’artista di Brescia ha già indossato i panni della famosa zingara su importanti palchi italiani e francesi come il Carlo Felice di Genova, il San Carlo di Napoli, il Teatro Sociale di Trento e l’Opera di Limoges.
In quest’appuntamento austriaco Annalisa Stroppa sarà diretta scenicamente da Kasper Holten e musicalmente da Paolo Carignani e Jordan de Souza nelle varie rappresentazioni tra luglio e agosto. Dopo quest’impegno la cantante italiana inizierà la stagione 2017-18 con recite di Falstaff alla Opera di Astana (Kazakistan) e tornerà alla Scala di Milano per interpretare Fenena in Nabucco, di Verdi. 
Per maggiori informazioni:Annalisa StroppaBregenz Festival

(Comunicato stampa)         
10 days ago | |
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Modest Musorgkij
Modest Musorgkij
(Karevo, 1839 – San Pietroburgo, 1881)



La camera dei bambini, di Musorgkij, è una serie di sette melodie che rappresentano scene infantili, ed è un capolavoro. Musorgkij è poco noto in Francia; a dire il vero, ci possiamo giustificare affermando che non lo è molto di più in Russia; nato a Karevo (Russia centrale) nel 1839, morì nel 1881 in un letto dell’ospedale militare Nicola, a Pietroburgo. 


Da queste due date si capisce che il suo genio non ha avuto tempo da perdere, e in effetti non ne ha perduto, tanto da lasciare nel ricordo di coloro che lo amano, o lo ameranno, tracce indelebili. Nessuno ha parlato alla parte migliore di noi con un accento più tenero e profondo; egli è unico, e rimarrà tale per la sua arte priva di schemi, priva di formule aride.
Mai una più raffinata sensibilità è stata tradotta con mezzi tanto semplici; l’arte di Musorgkij sembra quella di un curioso selvaggio che scopra la musica a ogni passo tracciato dalla sua emozione; non si tratta nemmeno di una questione di forma, o perlomeno quest’ultima è talmente molteplice che risulta impossibile determinarne una qualsiasi parentela con le forme stabilite, per così dire di ordinaria amministrazione; tutto è retto e composto da piccoli tocchi successivi, congiunti da un legame misterioso e da un dono di luminosa chiaroveggenza; altre volte Musorgkij comunica sensazioni d’ombra fremente e inquieta che avvolgono e stringono il cuore fino all’angoscia. 

Nella Camera dei bambini abbiamo la preghiera di una bimba prima di addormentarsi, in cui i gesti, il delicato turbamento di un’anima infantile, e perfino le deliziose moine con cui le bimbe si atteggiano a persone grandi sono annotati con una sorta di verità febbrile in un accento che non esiste altrove. 

La Berceuse della bambola sembra essere stata indovinata parola per parola, grazie a una prodigiosa assimilazione di quelle facoltà, propria dei cervelli infantili, di immaginare paesaggi che posseggono un riposto incantesimo; la fine di questa berceuse è così dolcemente sonnecchiante che la piccola narratrice si addormenta alle sue stesse storie. C’è anche il terribile ragazzino, a cavallo di un bastone, che trasforma la camera in un campo di battaglia, rompendo a destra e a manca braccia e gambe di povere sedie indifese, non senza riportare ferite personali! E allora grida, pianti, tutta la gioia svanisce!... Ma non era una cosa seria… due secondi sulle ginocchia della mamma, il bacio che guarisce e… la battaglia ricomincia, ancora una volta le sedie non sanno più dove andarsi a nascondere. Tutti questi piccoli drammi sono annotati, insisto, con semplicità estrema; a Musorgkij basta un accordo che sembrerebbe povero al signor… (ho dimenticato il nome!) o una modulazione tanto istintiva da sembrare sconosciuta al signor… (quello di prima!).
Dovremo riparlare di Musorgkij; ha diritto alla nostra devozione per molte ragioni.

Claude Debussy
Saint-Germain-en-Laye, 1862 - Parigi, 1918 (Foto: classicfm.co.uk)

(Claude Debussy, Il signor Croche antidilettante, a cura di Valerio Magrelli, Adelphi Edizioni, Milano 2003, pp. 38-41)
Adriana Benignetti
11 days ago | |
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InstantEncore