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MusicaProgetto
Adriana Benignetti
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Le jeune homme et la mort
Balletto in due scene
Coreografia
Roland Petit (Villemomble, 1924 – Ginevra 2011)

Libretto 
Jean Maurice Eugène Clément Cocteau (Maisons-Laffitte, 1889 – Milly-la-Forêt, 1963)
Musica di Johann Sebastian Bach orchestrata da Ottorino Respighi
Prima rappresentazione
Parigi, Théâtre des Champs-Elysées, 25 giugno 1946Protagonisti: Jean Babilée e Nathalie Philippart
Trama In uno studio, un giovane solo è in attesa. Entra la fanciulla che era la causa della sua infelicità. Lui si slancia verso di lei. Lei lo respinge. Lui la supplica. Lei lo insulta, lo schernisce e fugge via. Lui si impicca. La stanza sfuma. Resta solo il corpo appeso. Attraverso i tetti giunge la morte in veste da ballo. Si toglie la maschera: è la fanciulla. Allora, pone la maschera sul volto della sua vittima. Insieme, si allontanano attraverso i tetti. Jean Cocteau
Nel video: Zizi Jeanmaire e Rudolf Nureyev




4 days ago |
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da Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento di Vincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)

A Napoli il salotto, nella seconda metà dell’ottocento, offriva all’osservatore di costume un campionario ricco degli esemplari più estrosi e inconsueti, non che d’Italia, d’Europa. La gamma coloristica e ambientale andava dal ‘basso (il pianterreno dei vicoli senza luce), abbondantemente fornito di cianfrusaglie, bambole di pezza e fiori finti, dove la chitarra e il mandolino erano di casa, fino al palazzo gentilizio, più o meno fatiscente, dove il pianoforte era despota.

Fu la borghesia a coltivare il prototipo del salotto napoletano. Vi troneggiava la dormeuse di velluto, contornata da poltrone, poltroncine e tabourets. Alle finestre tendoni e mantovane damascate proteggevano bianche e leggere cortine trapuntate di filets e di ‘orli a giorno’. Nella penombra il lampadario ‘a gocce’ faceva spiccare in qualche angolo una mensola su cui falsi o veri ‘Capodimonte’, inchinevoli e leziosi, simboleggiavano quelle danze che avrebbero chiuso la ‘periodica’ con la tradizionale ‘quadriglia’.

Regina di questi convegni era spesso l’accollatissima e domestica pianista, che eseguiva sul Boisselet verticale la Prière d’un vierge o la Rêverie di Rosellen. Perché sempre il pianoforte era il sostegno di queste riunioni mondane, sia che dovesse offrire ai convenuti delle chioccolanti esecuzioni della Bellissima di Coop, sia che servisse d’aiuto alla cantante «che aveva una notevole voce di soprano sfogato» e che si cimentava con celebri pezzi d’opera, giustificando le frequenti ‘stecche’ col raffreddore contratto il giorno precedente al bagno ‘Ma Santé’ di San Giovanni a Teduccio.

Il pianoforte a coda era tollerato nel salotto napoletano come un vecchio arnese pittoresco. E forse non a torto, trattandosi in generale di decrepiti Erard o fatiscenti Kaps, che un giorno costituirono l’emblema del progresso di quel meccanismo che, escogitato dall’italiano Bartolomeo Cristofori, fu captato da più tenaci ed attrezzati fabbricanti nordici.
Il pianoforte chic fu il verticale. Da quello a corde diritte e telaio di legno con meccanica ‘a baionetta’ all’altro a corde incrociate e telaio in ferro solennemente definito ‘gran formato’.
Su quelle tastiere d’avorio (anche le marche più rozze sdegnavano l’uso della cosiddetta ‘pastiglia’) scorsero fiumi di note: arpeggi, scale, trilli, ‘volatine’. Prima le candele di cera, poi quelle elettriche, simulanti anche lo sgocciolare del moccolo, illuminarono il leggio su cui troneggiava lo spartito della Parafrasi sul Mosè di De Meglio o le reminiscenze della ‘Sonnambula’ di Cerimele.


Il Rampserger di zia Annina era ‘gran formato’ ed aveva un pedigree di alta nobiltà: era tedesco. Tanto bastava per far zittire chiunque osasse accennare a qualche riserva sulla sua efficienza. Era fabbricato a Stuttgart, nome inciso in oro sul legno nero del coperchio e che zia Annina traduceva bonariamente in ‘Studiacarte’, supponendo che fosse la dizione germanica di leggio. 

Il pianoforte verticale era l’ornamento base del salotto, dunque. La nostra ingratitudine lo considera quasi grottesco. Ingiustizia somma. Il pianoforte del salotto dorato, dell’anticamera falso Impero o del boudoir liberty sovraccarico di bibelots e di portafiori, fu il polo d’attrazione di quanti vollero accostarsi alla musica. Abituati come siamo ad essere perseguitati dalla radio, a subire la suggestione, la violenza inarrestabile del televisore, schiavi inconsapevoli del condizionamento sadico ed irreversibile di questi mezzi di imposizione tecnologica, non possiamo ormai più immaginare la curiosità e l’interesse che destava l’esecuzione pianistica, fosse pure di Prima carezza di Costantino De Crescenzo, o quale potesse essere la rapinosa, accattivante esecuzione provocata dall’ascolto, quasi furtivamente, un pianoforte, sotto le finestre di un vico Stretto ai Miracoli al chiarore d’un lampione a gas, in una sera estiva: anche se la vittima dell’esecutore dovesse identificarsi nella Patetica di Beethoven. Oppure quanto sia stato sano incitamento al nostro senso critico indugiarci a seguire, in ore più meridiane, dal balcone che dava sul piccolo, moribondo giardino, le evoluzioni compiute dalla figlia del barone dirimpettaio, sul verticale Fratelli Federico a danno del Gazouillement de printemps di Sinding. E seguirne con ansia i tentativi insani di puntellare un’esecuzione che sarebbe dovuta essere pronta per la sera dell’onomastico paterno nella cornice d’un salotto già da alcuni giorni riassettato ed agghindato.
Negli anni fra i due secoli, i maestri del salotto napoletano furono Salvatore Coppola prima, e Gennaro De Sena, dopo. Del primo sentivo parlare in famiglia come d’un mito. Il suo valore d’insegnante era indiscusso e si concretava in fatto tangibile quando zia Annina sua discepola, magra, zitella, vestita di seta scura, con gonne a volants e colletto di tulle sostenuto da bacchettine di celluloide, si produceva in privatissime esecuzioni pianistiche serali alla quali furtivamente assistevo seduto su d’una poltroncina damascata. Zia Annina, trascurando ogni preliminare allenamento tecnico, attaccava di colpo la trascrizione per la sola mano sinistra di Casta Diva operata da Ernesto Becucci sull’immortale melodia belliniana.
Questa della mano sinistra fu una vera fissazione dell’ottocento. Grandi e piccoli estensori di pezzi fantastici furono suggestionati da questo espediente strumentale. Altrove, in queste pagine, è descritta la sorpresa che suscitava Teodoro Döhler quando faceva zittire l’orchestra per esibirsi in queste acrobatiche performances. E si è detto pure come Ferdinando Bonamici elaborasse molti e davvero difficili studi pianistici per la sola mano sinistra (non gli bastavano i grattacapi che, sempre più assillanti, il Circolo Musicale da lui fondato gli procurava!).
Gennaro De Sena è vivo nel ricordo di quanti lo conobbero e sono, come me, sopravvissuti. Era un pulitissimo e distinto signore, magro, ben vestito, di modi amabili e corretti. Lo guardavo con ammirazione e rispetto quando entrava in casa nostra per impartire lezioni a mia sorella Maria: la sola che fosse autorizzata ad intrattenere rapporti con Euterpe. Certe volte ‘sentivo’ la sua venuta. Lo immaginavo mentre saliva le scale e si accostava alla porta di mogano, orgogliosa di due pomi di ottone, e riconoscevo subito il suo modo particolare di premere il pulsante del campanello. Gli correvo incontro, chiedendogli di farmi assistere alla lezione: cosa che egli mi concedeva volentieri. Coltivava la speranza che i miei si decidessero, commossi da tanta infantile passione per il pianoforte, ad affidarmi a lui perché mi guidasse attraverso la selva insidiosa della tecnica. Ma né lui né io riuscimmo a convincere la mia famiglia circa l’importanza socio-culturale della musica. Ed io non potetti far altro che seguire le vicende didattiche di mia sorella, ostinatamente decisa a non portare a compimento lo studio del Départ des hirondelles del suo maestro, di Gennaro De Sena. Un pezzo che, a seguirne con gli occhi le avventure grafiche, pareva che si fossero riversate sul foglio tutte le necrologie listate a doppio lutto per la scomparsa del Commendator Cacace, tante erano le righe nere che correvano sorreggendo miriadi di note, da sinistra verso destra o dall’altro al basso del pentagramma. Mia sorella ci s’arrabattava su in maniera alquanto maldestra. E Gennaro De Sena, non potendo resistere a tanto strazio, si sedeva al pianoforte facendo cinguettare, tra passaggetti e scalettine, le sue hirondelles sul Ramsperger mezzo scordato e col mi bemolle sopracuto privo ormai di tutt’e tre i ‘cantini’ fatti saltare con un colpo più violento inferto al tasto da mia sorella in un momenti di stizza antipianistica.
Chiedo scusa ai miei lettori! Un insopprimibile bisogno di comunicazione mi ha preso la mano e mi ha condotto a vergare questo bozzetto démodé, ammuffito, ma pur sempre testimonianza d’un costume che ci teneva lontani da certe angosce esistenziali, da tante bramosie inappagabili, limitando i nostri desideri a cose semplici e pulite.


Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983
Adriana Benignetti
7 days ago |
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Il tenore debutta con la prestigiosa etichetta discografica presentando “Íntimamente”, un disco carico di sentimenti, in vendita dal 28 luglio

(© Joan TOMÀS – Fidelio Artist)
Ci sono canzoni che diventano colonna sonora della propria vita: la stessa cosa succede a un cantante lirico come Celso Albelo, uno dei tenori più conosciuti delle ultime decadi, in particolare nel repertorio del bel canto, nonostante le sue passioni non si limitino all’opera. L’artista delle Canarie, forgiatosi negli scenari lirici più importanti del mondo, da Tokio a New York e da Londra a Milano, ha interpretato anche altri repertori convertendoli sempre a pura arte canora.
La canzone sudamericana è uno di questi, un genere che è passato da patrimonio popolare alla sala da concerti e che ora Albelo e Sony presentano nel disco Íntimamente


«I brani che ho incluso mi hanno accompagnato tutta la vita, dalla mia gioventù alla mia adolescenza a Tenerife», afferma il tenore spagnolo. «Tutti propongono una visuale su entrambi i lati di questo mare che ci separa dal Sud America e che allo stesso modo ci unisce. Sin da quando ero molto giovane e vivevo nella mia isola, sono stato in contatto con il folclore americano, una delle mie passioni». Si tratta di brani di compositori argentini, venezuelani, messicani e cileni che hanno saputo valorizzare il folclore locale portandoli su grandi palchi, come è successo alle opere di Guastavino, Ginastera, Pérez Freire, Esparza Oteo, López Buchardo e Brandt, creadori di melodie che hanno avuto interpreti come Alfredo Kraus e Plácido Domingo e che ora la maestria di Celso Albelo eleva alla categoria di Lieder accompagnato dal pianoforte del canario Juan Francisco Parra. In Íntimamente, a questo viaggio sudamericano si aggiungono canzoni di Juan Quintero di Ceuta e del sivigliano Joaquín Turina, quest’ultimo, “uno dei miei autori di musica da camera preferiti”, afferma Albelo.


Un repertorio tanto sottile e carico di sentimento si concepisce solo se l’interpretazione è coerente con la delicatezza della poesia messa in musica, perché la canzone colta deve essere affrontata con una perfetta interiorizzazione del testo, ancora di più se si tratta di melodie che hanno a che vedere con una storia personale. Con queste canzoni Albelo è cresciuto, le ha cantate durante i suoi anni di studi ed erano sempre presenti negli incontri familiari. Storie che parlano d’amore, di cuori spezzati e di nostalgia. “Da qui ne deriva il risultato intimo e malinconico”, simile allo spirito dei personaggi romantici che il tenore Celso Albelo incarna sul palcoscenico operistico.
Per maggiori informazioni:Celso AlbeloSony Classical

(comunicato stampa)
9 days ago |
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La battaglia di LegnanoTragedia lirica in quattro atti
MusicaGiuseppe Verdi (Le Roncole, 10 ottobre 1813 – Milano, 27 gennaio 1901)
LibrettoSalvatore Cammarano (Napoli, 19 marzo 1801 – Ivi, 17 luglio 1852) dalla tragedia La bataille de Toulouse di Joseph Méry

Prima rappresentazioneRoma, Teatro Argentina, 27 gennaio 1849
PersonaggiFederico Barbarossa (basso) Primo console di Milano (basso) Secondo console di Milano (basso) Podestà di Como (basso) Rolando, duca milanese (baritono) Lida, sua moglie (soprano) Arrigo, guerriero veronese (tenore) Marcovaldo, prigioniero alemanno (baritono) Imelda, ancella di Lida (mezzosoprano) Scudiero di Arrigo (tenore) Araldo (tenore)
Popolo, senatori di Milano, guerrieri di Verona, Brescia, Novara, Piacenza e Milano, guerrieri dell’esercito alemanno
Gli atti I, III e IV hanno luogo a Milano; l’atto II a Como. Epoca: anno 1176
Trama
ATTO I – Egli vive

Mentre in una piccola contrada di Milano si festeggia la vittoria della Lega Lombarda, il milanese Rolando abbraccia l’amico Arrigo, creduto morto in battaglia. Lida, in passato fidanzata di Arrigo, ha sposato nel frattempo Rolando, cedendo alla volontà del padre. Un araldo comunica l’arrivo dell’esercito di Federico Barbarossa. Mentre Rolando è in riunione nel senato, Arrigo rimprovera Lida di infedeltà, ma la donna cerca di giustificarsi.
ATTO II – Barbarossa!

Su invito della Lega Arrigo e Rolando arrivano a Como per convincere i capi dell’esercito a spostare il campo. L’imperatore minaccioso dichiara di voler distruggere l’esercito lombardo a Milano, mentre i due eroi lombardi inneggiano alla liberazione dall’imperatore straniero.
ATTO III – L’infamia

Arrigo decide di entrare a far parte dei Cavalieri della Morte, contro il volere di Lida, che gli invia una lettera per dissuaderlo. La missiva viene intercettata da Marcovaldo, un prigioniero tedesco, invaghito di Lidia, e consegnata a Rolando, che si accinge a partire. Lida incontra di nascosto Arrigo e gli confessa il suo amore pur dichiarandosi fedele a Rolando. Scoprendo Lida e Arrigo a colloquio, Rolando rinchiude Arrigo nella torre: impedendogli di raggiungere i Cavalieri della Morte verrà così disonorato. Arrigo fugge dalla finestra gettandosi nel fiume.
ATTO IV – Morire per la patria!

Le donne dei soldati milanesi, fra cui Lida, pregano per i loro uomini in guerra. I soldati tornano dopo aver sconfitto Barbarossa, ferito gravemente da Arrigo. Anche quest’ultimo, ferito a morte, spira poco dopo, confermando a Rolando, con solenne giuramento, l’innocenza di Lida.
Fonti:giuseppeverdi200.gov.itDizionario dell’opera 2002 a cura di Piero Gelli, Baldini&Castoldi, Milano 2001
Adriana Benignetti



11 days ago |
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La battaglia di LegnanoTragedia lirica in quattro atti
MusicaGiuseppe Verdi (Le Roncole, 10 ottobre 1813 – Milano, 27 gennaio 1901)
LibrettoSalvatore Cammarano (Napoli, 19 marzo 1801 – Ivi, 17 luglio 1852) dalla tragedia La bataille de Toulouse di Joseph Méry

Prima rappresentazioneRoma, Teatro Argentina, 27 gennaio 1849
PersonaggiFederico Barbarossa (basso) Primo console di Milano (basso) Secondo console di Milano (basso) Podestà di Como (basso) Rolando, duca milanese (baritono) Lida, sua moglie (soprano) Arrigo, guerriero veronese (tenore) Marcovaldo, prigioniero alemanno (baritono) Imelda, ancella di Lida (mezzosoprano) Scudiero di Arrigo (tenore) Araldo (tenore)
Popolo, senatori di Milano, guerrieri di Verona, Brescia, Novara, Piacenza e Milano, guerrieri dell’esercito alemanno


Gli atti I, III e IV hanno luogo a Milano; l’atto II a Como.
Epoca: anno 1176
11 days ago |
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da “Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento” di Vincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)
Ernesto A. L. Coop
Un vecchio album di pezzi pianistici rilegato in tela ed oro. Sulle copertine, tra arabeschi e ghirigori, titoli annuncianti moti dell’animo, fenomeni meteorologici, località turistiche, date fatidiche (L’âme qui rêve. L’imitazione del temporale. La pluie des perles. Sur le lac) e decorazioni floreali che incorniciano zuccherose immagini femminili. Da una di quelle copertine (lucida, fastosa nella sua decorazione policroma) sorride, verginale e vasta, una giovinetta che pare diffonda odor di vaniglia, in contrasto con quello, acre, di muffa, che impregna tutto il volume.

La bellissima è il titolo del pezzo. Autore ne è Ernesto A. L. Coop[1], dal solenne triplice nome e dall’esotico cognome di origine anglo-sassone.

Se Francesco Lanza fu un artista cui la cultura musicale non difettò, e che abbia ampia e sicura nozione dell’opera dei grandi romantici, non così può dirsi del suo quasi contemporaneo Ernesto A. L. Coop. In questo distinto gentiluomo, che usava carrozza e cavalli per recarsi ad impartir lezioni nelle case dei nobili e dei ricchi napoletani, v’era solo un’epidermica conoscenza del romanticismo pianistico.

L’eroismo, la tristezza, l’amore, il pensiero della morte, che si trasfigurano in atto poetico nei sommi finirono in lui nella decalcomania.

Ernesto Coop fu il campione d'una malinconia di maniera e, nella fiera dell'impudicizia sentimentale, occupò un posto di privilegio. Basterebbero i soli titoli dei suoi pezzi pianistici a denunziarne non che i limiti, la povertà dell'invenzione, la carenza del gusto: La tristezza, La smania, Lo scherzo, La sciocchezza. E soprattutto il Pensiero lugubre. Notturno op. 50, che fece illanguidire per decenni i frequentatori dei salotti napoletani nella seconda metà dell’Ottocento. 



I Notturni di Field e di Chopin, i  Nachtstücke di Schumann, il notturnismo minore di Teodoro Döhler (che pure aveva una sua cifra di distinzione) e quanto, ispirandosi alle ombre, l’estetica romantica aveva prodotto, erano ancora impopolari nel ceto incolto o affezionato solo alla musica da teatro e che preferiva la più accessibile e dichiarata sbavatura delle pagine di Ernesto Coop, cavaliere delle ‘periodiche’ partenopee. Era nato a Messina il 17 giugno 1802[2]. Il padre era avvocato, ed appassionato cultore di musica. Nella sua dimora à la page presso il mondo elegante ed intellettuale cittadino si eseguivano Haydn, Mozart, Beethoven. E se si tiene conto di questo importante fattore ambientale si ha ragione di ritenere che gli insegnanti del Coop, Aspio e Mazza, non influissero beneficamente sull'evoluzione musicale del proprio alunno, ma che anzi ne deviassero la buona formazione iniziale.

Non che il giovane pianista fosse, come esecutore, privo di talento. Anzi, se si leggono le cronache delle sue esibizioni, si rivela quanti ammirati consensi ottenessero le sue performances nei cenacoli privati e nelle pubbliche ‘tornate’. Fin dal suo arrivo a Napoli si distinse per doti di suoni e di eleganza, quantunque la sua precisione non fosse delle più ammirevoli. Ma il successo gli arrise e non mancò di far giungere i suoi echi fino ad una stella del concertismo internazionale presente allora a Napoli: a Sigismondo Thalberg, che invitò il giovane pianista siciliano ad eseguire con lui pezzi trascritti per due pianoforti. Importante attestazione di stima, questa, che fornì al Coop il principale titolo di vanto; superiore forse al successo ch’egli ebbe col suo Pensiero lugubre.

Nel 1865 il Conservatorio di S. Pietro a Majella accolse il Coop come insegnante di pianoforte. Ma i corridoi di quello ‘Stabilimento musicale’ non furono per lui cosparsi di rose. La sua figura fu giudicata, dai capoccia di allora, inferiore al compito, con sentenza senza speranza di appello. Sentenza che non si modificò neanche quando due giovani 'virtuosi', i fratelli Luigi e Vincenzo Romaniello (il primo, in seguito, alunno del Cesi), vennero fuori dalla sua classe. E come spesso accade, il povero Coop fu giudicato severamente proprio là dove aveva prodotto il meglio di sé. E la sua cattiva sorte conservatoriale fu così virulenta che ho udito nella mia giovinezza maestri anziani parlare di lui con sussiegoso disprezzo: forse ad qeuilibrare le altisonanti parole dell'elogio funebre, lette nella Chiesa dell'Addolorata alla Duchesca il 18 settembre del 1879, alla sua morte. 

Ma anche a me sia permesso di sacrificare al nume della paccottiglia, dedicandogli un ringraziamento per l'emozione inedita che mi suscitò molti anni fa l'ascoltare in una serata di luna le note tenerelle della Bellissima: in uno dei superstiti vicoli della vecchia Napoli, verso l'allora ancor verde gradinata del Mojariello, che conduce al Bosco di Capodimonte. Forse vi avrebbe prestato orecchio anche Salvatore Di Giacomo per ambientarvi il suo Pianefforte 'e notte

Logoro album pianistico, ricco di notine che vanno su e giù per la pagina, a miriadi, fini e sottili come quelle pelurie del grano che ti capitano d'estate nello scompartimento, in treno. Che ti vien voglia di soffiarci su per vederle volare più in alto. E disfarsi. 

Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983
A. B.

[1]Iniziali dei nomi Antonio e Luigi, com’è sempre annotato sulle copertine dei pezzi pianistici di Coop. Un figlio di lui, Ernesto, pianista, nacque a Napoli il 6 aprile 1859. Studiò prima col padre e poi, a Lipsia, composizione e pianoforte con diversi insegnanti. Morì a Napoli il 6 febbraio 1929.[2] Così Luigi Alberto Villanis (L’arte del pianoforte in Italia, Torino, 1907; riedito da Forni, Bologna, 1969). Pannain indica: 1812 (Ottocento musicale italiano, Milano, Curci, 1952). Il Pannain inquadra Coop nel mondo dei pianisti salottieri di Napoli, attribuendogli comunque una funzione sociale di rilievo e dandogli maggior risalto che a Francesco Lanza, di cui dice: «A Napoli fin dal principio del secolo aveva insegnato pianoforte un tal Francesco Lanza…» (op. cit., p. 145)
13 days ago |
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Il soprano australiano debutterà a Parigi con una “Lucia di Lammermoor” in omaggio a Maria Callas
(Foto di Benjamin Ealovega)
Il timbro luminoso e la tecnica virtuosistica rendono Jessica Pratt una delle interpreti più importanti del repertorio del bel canto romantico. Con uno dei titoli più popolari di questo stile, la donizettiana Lucia di Lammermoor, il soprano australiano debutterà a Parigi inaugurando il 12 settembre la stagione 2017/18 del Théâtre des Champs-Élysées. 

Il melodramma romantico per eccellenza è un titolo molto caro a Jessica Pratt – che con questo capolavoro ha fatto il suo debutto nel mondo operistico nel 2007 – ed è l’opera che ha eseguito più di tutte nella sua carriera, in alcuni dei teatri più importanti del mondo come la Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli, la Scala di Milano, l'Opera di Zurigo, l’Opera di Israele, la Deutsche Oper di Berlino, l’Opera di Amsterdam e il Victorian Opera di Melbourne. Nel suo debutto parigino sarà accompagnata dall’Orchestre National d'Ile-de-France diretta da Roberto Abbado, in commemorazione del quarantennio dalla scomparsa della leggendaria Maria Callas, accaduta nella capitale francese.

«Debuttare in questa città è un sogno, ancora di più con un ruolo che ogni volta che canto mi emoziona particolarmente, perché mi ha sempre accompagnata nella mia carriera», dice il soprano. In questo caso l'emozione si moltiplica «in quanto l'opera sarà un omaggio a una delle voci più importanti della storia e che ammiro molto, Maria Callas».

Dopo il suo impegno a Parigi nella sua futura agenda ci saranno Il Flauto Magico di Mozart con la Los Angeles Philharmonic in una serie di concerti sotto la direzione di Gustavo Dudamel (ottobre), Don Pasquale all'ABAO-OLBE, L'elisir d'amore al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, ??La Sonnambula al Teatro dell'Opera di Roma, il suo ritorno al Metropolitan di New York con Lucia di Lammermoor, Il Flauto magico ad Amburgo e Semiramide alla Fenice di Venezia, oltre ad altri . Per il 2018 è previsto il suo atteso debutto alla Sydney Opera House.

Per maggiori informazioni:

Jessica PrattThéâtre des Champs-Elysées

(comunicato stampa)
15 days ago |
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Giovanna d’ArcoDramma lirico in un prologo e tre atti
MusicaGiuseppe Verdi (Le Roncole, 10 ottobre 1813 – Milano, 27 gennaio 1901)

LibrettoTemistocle Solera (Ferrara, 1815 – Milano, 1878) tratto da Die Jungfrau von Orléansdi Friedrich Schiller 
Prima rappresentazioneMilano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845
PersonaggiCarlo VII, re di Francia (tenore)Giacomo, pastore di Domremy (baritono)Giovanna, figlia di Giacomo (soprano)Dalil, ufficiale del re (tenore)Talbot, supremo comandante degli Inglesi (basso)
Ufficiali del re, borghigiani, popolo di Reims, soldati francesi e inglesi, spiriti eletti e malvagi, grandi del regno, araldi, paggi, fanciulle, marescialli, deputati, cavalieri e dame, magistrati, alabardieri, guardie d’onore
PROLOGO
Carlo VII piange sulle sorti della Francia; egli medita di abdicare in favore del re d’Inghilterra e racconta di un sogno in cui gli è apparsa la Vergine in una foresta, invitandolo a deporre l’elmo e la spada. Un coro gli ricorda che la foresta di Domrémy, durante la notte, si popola di demoni; Carlo decide di recarvisi ugualmente. Nella foresta, Giovanna d’Arco prega di fronte all’immagine della Vergine, assistita segretamente dal padre Giacomo, convinto che la figlia sia posseduta da spiriti maligni. In effetti, assopitasi, Giovanna è tentata dalle potenze infernali, ma gli spiriti eletti la esortano a combattere per salvare le sorti della Francia. Nel frattempo giunge Carlo che depone le armi ai piedi della fanciulla, la quale, risvegliatasi, lo invita a seguirla nella battaglia: affascinato, Carlo le obbedisce. Giacomo, che ha assistito alla scena, tenta invano di fermare la figlia.
ATTO INel campo inglese, i soldati commentano la sconfitta subita da parte dell’ esercito francese guidato da Giovanna; giunge Giacomo promettendo loro di consegnare colei che è stata causa della loro disfatta, essendo egli convinto che la figlia sia stata disonorata da Carlo. Giovanna, che intende tornare alla vita di sempre nella foresta, accanto al padre, comunica questa sua decisione a Carlo: il re vorrebbe che la giovane rimanesse al suo fianco ma, pur confessandogli di amarlo, Giovanna rifiuta, memore degli avvertimenti ricevuti nella foresta dagli spiriti che l’avevano messa in guardia dall’amor profano. Carlo non vuole cedere: egli riceverà la corona solo dalle mani di Giovanna. Mentre gli spiriti malvagi esultano per la vittoria ottenuta, Giovanna si avvia tristemente a compiere il rito.
ATTO IISulla piazza di Reims, Giacomo attende, affranto, la fine della cerimonia dell’incoronazione. Carlo esce dalla cattedrale seguito da Giovanna e dichiara che sarà eretta una chiesa in onore di Giovanna, come per San Dionigi, patrono di Francia.
A quelle parole, Giacomo, incapace di trattenersi, accusa la figlia di avere rapporti con il demonio. Giovanna, conscia del suo colpevole amore terreno, non sa discolparsi. Nonostante Carlo creda alla sua innocenza, il popolo la rinnega e il padre la trascina verso il rogo purificatore, approntato dagli Inglesi.
ATTO IIIGiovanna è prigioniera nel campo degli Inglesi e assiste impotente alla battaglia con i Francesi: ella invoca il perdono di Dio, confessando di aver amato per un solo istante e offre la propria vita in cambio della vittoria dei Francesi. Finalmente convinto dell’innocenza della figlia, Giacomo libera Giovanna e lascia che si getti nel combattimento. Durante la battaglia, Giovanna salva la vita di Carlo, ma viene mortalmente ferita. Prima di spirare, invoca il perdono per il padre.
Fonti: verdi.san.beniculturali.itDizionario dell'opera 2002 a cura di Piero Gelli, Baldini&Castoldi, Milano 2001

Adriana Benignetti
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Giovanna d’ArcoDramma lirico in un prologo e tre atti
MusicaGiuseppe Verdi (Le Roncole, 10 ottobre 1813 – Milano, 27 gennaio 1901)

LibrettoTemistocle Solera (Ferrara, 1815 – Milano, 1878) tratto da Die Jungfrau von Orléansdi Friedrich Schiller 
Prima rappresentazioneMilano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845
PersonaggiCarlo VII, re di Francia (tenore)Giacomo, pastore di Domremy (baritono)Giovanna, figlia di Giacomo (soprano)Dalil, ufficiale del re (tenore)
Talbot, supremo comandante degli Inglesi (basso)

Giovanna: Susan DunnCarlo VII: Vincenzo La ScolaGiacono: Renato BrusonDelil: Pierre LefèbreTalbot: Pietro Spagnoli
Coro del Teatro Comunale di BolognaOrchestra del Teatro Comunale di BolognaDirettore: Riccardo Chailly
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Nell’esecuzione del pianista Samson Pascal François (Francoforte sul Meno, 18 maggio 1924 – Parigi, 22 ottobre 1970) 
«Toute ma conception de la musique a toujours été plus ou moins sentimentale. Je ne pense pas être porteur de messages, j’aime la musique par amour, tout bêtement et sans me poser de questions». Samson Pascal François



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